Autore Redazione
giovedì
30 Marzo 2017
07:56
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Cronaca - Alessandria

Il primo articolo di Eco pubblicato da “La Voce alessandrina”

Il giornale diocesano ha ritrovato negli archivi il primo scritto di Umberto Eco, pubblicato il 26 aprile del 1951.
Il primo articolo di Eco pubblicato da “La Voce alessandrina”

ALESSANDRIA – L’ex direttore del settimanale “La Voce alessandrina”, Marco Caramagna, sfogliando gli archivi del giornale, ha ritrovato, in una edizione del giornale, datata 26 aprile 1951, il primo articolo di Umberto Eco che il giornale proporrà in versione integrale, in due puntate, sul numero 12, in uscita oggi, giovedì 30 marzo, e sul numero 13 del 5 aprile.

“È stato emozionante leggere il primo pezzo ‘ufficiale’ di Umberto Eco” ha dichiarato Andrea Antonuccio, neo direttore della Voce. “Il diciannovenne Eco affronta con sorprendente maturità il tema del rapporto tra cultura cristiana e cultura laica, giungendo a conclusioni molto interessanti e, per così dire, fuori dal coro, tenendo anche presente il clima culturale dell’epoca. Parole attuali, quelle dell’intellettuale alessandrino, che meriterebbero un confronto e un approfondimento anche oggi”.

A partire da questo “Eco ritrovato”, “il settimanale diocesano punterà a essere sempre di più luogo di confronto, apertura e scambio tra laici e cattolici, con l’intenzione di accogliere e valorizzare il positivo delle diverse espressioni culturali. Secondo la felice formula di “Chiesa in uscita” di Papa Francesco”.

Ecco l’articolo dell’allora giovanissimo Umberto Eco pubblicato oggi su Voce.

“Da queste colonne è stato esaminato più volte il problema della responsabilità senioristica, sempre affermando la necessità di un’opera attiva da parte dei più maturi e formati elementi della G.I.A.C. per penetrare in ogni campo della Società odierna ed agirvi con quello stile dinamico e convincente che caratterizza l’opera del senior.

È un fatto che possiamo affermare di possedere elementi qualificati in ogni campo, da quello sociale a quello politico, ma è sintomatico notare come in uno dei settori più importanti ed essenziali, quello della vita culturale, pur possedendo giovani di valore non riusciamo ad effettuare quella penetrazione e quel lavoro – che qui dovrebbe divenire aperto ed appassionato colloquio – che tanti frutti ha già dato in altri campi.

Noi abbiamo delle élites, formate cristianamente e culturalmente, eppure le vediamo vegetare (se mi è permessa la parola) senza che esse trovino un punto di contatto e di intesa con la parte migliore della nostra gioventù quella – sì – staccata da noi, ma che non vive in un completo disinteresse per le grandi questioni, perché soffre i problemi culturali del nostro tempo. Ed è su questa base di comuni esigenze spirituali che dovrebbe effettuarsi quest’incontro che il più delle volte non avviene.

Si dice che la cultura moderna si sia allontanata dal cristianesimo ed in parte è vero; in periodo di crisi la cultura ha sofferto la crisi; ma non ha saputo risolverla, anzi si è compiaciuta di diventare “cultura della crisi”. E da questo i giovani sono stati attratti, in parte perché ciò corrispondeva ad alcune loro confuse esigenze, in parte per darsi ad una esperienza nuova ed eccitante.

Ma la cultura cristiana ha sovente ignorato queste esperienze rifilandole tra gli scarti di una mentalità malata; i giovani cristiani, che sentono di aver risolto i loro problemi nel modo più luminoso, hanno guardato con certo disprezzo a quella anarchia dissolutrice permeata di un certo qual masochismo intellettuale che si bea del tormento e della impotenza. Han guardato con distacco a quei giovani che si proclamavano i corifei di verbi nuovi e che non riuscivano ad approdare a nulla, anche se lo desideravano.

E questi a loro volta hanno accusato i cristiani di semplicismo, di conformismo, di dogmatismo, scambiando il proprio brancolare nel buio per una libera ricerca. E così si è camminato per strade parallele – una superiore all’altra – senza incontrarsi mai. Con danno per entrambi.

Questo il problema delle élites di oggi: soffrire gli stessi problemi degli altri, che sono gli stessi problemi nostri, anche se non li abbiamo già superati.

Sarà una cultura ammalata ma è quella del nostro tempo e l’ignorarla non è solo mancanza di carità, ma anche un poco superbia, perché anche in essa potremo trovare tanti spunti di verità e tanti accenti di sincerità che serviranno per migliorarci; e (stavo per dire “ciò che più conta” e forse non sbagliavo, perché la nostra completezza stessa verrà raggiunta solo in quest’opera di salvezza) per migliorare i nostri amici smarriti.”

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