Sindacati emergenza covid
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ALESSANDRIA – Se già prima dell’emergenza covid la situazione occupazionale nel comparto metalmeccanico era critica con la pandemia la situazione rischia di essere davvero esplosiva. L’analisi di Cgil, Cisl e Uil è impietosa e descrive un futuro immensamente fragile. Il covid ha infatti aggravato la situazione occupazionale in un settore, quello metalmeccanico, “primario per il paese da cui dipendono molte altre industrie“, ha spiegato Anna Poggio della Fiom Cgil. Non capire la portata di una crisi del settore rischia di affondare l’intero Paese e per questo le parti sociali hanno esortato a ragionare su come ripartire concretamente visto che oggi molti imprenditori “non hanno prospettive e non investono“. A dimostrare la gravità della situazione il fatto che oggi “solo il 70-80% dei lavoratori sia tornato al proprio posto – ha spiegato Salvatore Pafundi della Fim Cisl – ma con il concreto timore che quando si esauriranno gli ammortizzatori covid il 20% rischi il posto“. Difficile dire in termini numerici cosa voglia dire per la provincia, in assenza di dati certi aggiornati, ma se gli ultimi riscontri, sebbene non aggiornati, parlavano tempo fa si stimavano almeno 100mila lavoratori metalmeccanici complessivamente in provincia, qualora i timori dei sindacati dovessero concretizzarsi il territorio si troverebbe davanti a una crisi epocale perché “quando toglieranno il tappo sociale la situazione diverrà preoccupante – ha aggiunto Alberto Pastorello della Uilm”.


Cgil, Cisl e Uil non vogliono che, come ha spiegato Anna Poggio, “a pagare la crisi siano sempre i lavoratori, esattamente come avvenuto nel 2008“. “Sono sempre loro a pagare le conseguenze di scelte errate e per questo“, ha continuato, “chiediamo un impegno e una presa di responsabilità da parte di tutti a partire da Confindustria che oggi invita il Governo a darle i soldi previsti dall’Europa“. I sindacati in particolare esigono garanzie dagli industriali e cioé che quel denaro venga erogato “solo a chi fa investimenti reali e a chi propone idee di sviluppo e di rilancio“. Un discorso che va esteso a tutto il Paese e anche all’approccio rispetto al sistema lavoro. “Oggi infatti i contratti collettivi sono scaduti e non vogliamo sentirci dire che non è il momento di discutere del rinnovo perché è il contrario. Dobbiamo ragionare sulle ore di lavoro, sul salario, sulla qualità e sulla sicurezza“. Dunque al centro di tutto, ha spiegato Pastorello, devono esserci tre parole chiave: “sicurezza contro il covid, salario e occupazione“. Anche il tema delle garanzie per la salute dei lavoratori infatti non può venire meno soprattutto alla luce di una più debole percezione del rischio a livello complessivo e in questo senso “le misure anti-covid devono essere mantenute“.

Il prossimo autunno rischia di essere quindi una stagione delicatissima per il mondo del lavoro anche perché le prospettive di ripresa si sono allungate alla primavera del 2021 con tutti i dubbi sugli ammortizzatori sociali. In mezzo a tutto questo ci sono le difficoltà di gruppi importanti già precedenti alla pandemia come l’ex Ilva, la Bundy o la Cerutti. E proprio quest’ultima sintetizza perfettamente la necessità di percorsi nuovi e responsabili, ha spiegato Maurizio Cantello di Fiom Cgil. “Nel tempo i sindacati hanno fatto un gran lavoro con i dipendenti, inventandosi approcci solidali che hanno mantenuto a galla la Cerutti grazie a contratti part-time di tutto il personale, poi l’azienda è entrata in un secondo concordato e su 290 persone sono stati dichiarati 160 esuberi. In quel caso la crisi è stata pagata da ogni singolo dipendente e lo sforzo di mantenere in piedi tutto risulta dunque inutile se non ci sono basi nazionali sul fronte del mercato del lavoro, senza un ragionamento che pensi al rilancio dell’industria“.
E tutto questo vale ancora di più nel settore artigiano, di dimensioni più piccole ma con conseguenze devastanti per centinaia di famiglie come ha spiegato con schietta crudezza Antonio Bordon della Uilm. Oggi infatti “nelle fabbriche ci sono persone ormai col cappio al collo per la crisi, i lavoratori sono la pedina più debole. Sono 1.700 le aziende in provincia che hanno fatto ricorso all’ammortizzatore coperto dal Fsba e solo in questi giorni i dipendenti stanno ricevendo il saldo del mese di aprile, per giunta con atteggiamenti scorretti da parte dei datori di lavoro”. Per di più la fragile situazione complessiva induce “gli stessi dipendenti a non denunciare le irregolarità dei loro capi perché sono i lavoratori la pedina debole del sistema complessivo“. E per finire, da maggio, mancano risorse per poter proseguire con gli ammortizzatori. Cgil, Cisl e Uil quindi si preparano al peggio ed esortano un cambio di mentalità rispetto al mondo del lavoro dei due comparti sia a livello locale che nazionale.

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