ALESSANDRIA -Si sente scrivere e parlare negli ultimi giorni di abolizione del ‘numero chiuso’ alla facoltà di Medicina e Chirurgia. La storia del numero programmato (e non chiuso come erroneamente si scrive) è lunga più un secolo. Fino al 1923 per entrare nella facoltà di medicina e chirurgia occorreva aver frequentato il liceo classico. Solo dal 1923 anche gli studenti provenienti dal liceo scientifico ebbero la possibilità di partecipare. Il grande passo però fu fatto l’11 dicembre del 1969, quando l’ingresso alla facoltà venne garantito a tutti i possessori di un diploma di maturità. Tuttavia l’accesso libero aveva provocato, negli anni, un aumento spropositato del numero di medici rispetto alla richiesta effettiva di personale.
La situazione cambiò nella seconda metà degli anni ’80, quando l’Unione Europea pose l’accento sulla necessità di assicurare, in tutti i paesi membri, un certo standard qualitativo dell’istruzione universitaria.

In Italia dobbiamo la prima decisione ufficiale sull’introduzione di un numero programmato nel 1987, quando venne introdotto il decreto ministeriale elaborato dal ministro Zecchino, in relazione alla capacità delle strutture di ospitare gli studenti, alla disponibilità dei professori e alla possibilità di svolgere laboratori e lezioni didattiche a piccoli gruppi. L’introduzione del numero programmato quindi fu una necessità, imposta dall’esigenza di migliorare le condizioni formative del medico, e per assicurare, come previsto dall’art.32 della Costituzione, una equità di cure di qualità in tutto il territorio italiano.
Arrivando ai giorni nostri, secondo l’ultima indagine Almalaurea, a un anno dalla laurea magistrale lavora l’81,3 per cento dei medici (facoltà a numero chiuso) contro una media del 55 per cento dei laureati in Giurisprudenza (facoltà senza sbarramento in accesso). A cinque anni dalla laurea, i medici che lavorano sono praticamente tutti, il 94 per cento, in fondo alla classifica i laureati in materie letterarie (65,9 per cento) e geo-biologiche (56,2), tutte facoltà ad accesso libero. Si potrebbe così arrivare alla conclusione – da parecchi sostenuta – che dovrebbe essere il mercato del lavoro a fare la vera selezione. Se un avvocato non è capace di trovare clienti, se ne accorgerà a prescindere dal “pezzo di carta” che ha appeso in studio. Idem per un medico o un biologo o uno scienziato della comunicazione. Ma sarebbe un miglioramento sociale, collettivo e individuale, rinviare i problemi di dieci anni, a spese dei contribuenti?
Perciò, voi che vi preparate ai test o li avete sostenuti nei mesi scorsi, rassegnatevi: prima o poi dovrete confrontarvi con degli sbarramenti, con la scelta binaria tra riuscire e fallire. Con la possibilità che, magari, qualcuno che ritenete meno intelligente di voi ma in grado di reggere meglio lo stress e di governare al meglio il panico di fronte alla scelta multipla, vi passi davanti.
Non è piacevole, ma funziona così. I test d’ingresso all’Università sono la prima vera occasione di acquisire questa consapevolezza.
Chi potrà prepararsi ai test frequentando corsi ad hoc, sarà sicuramente avvantaggiato rispetto a chi sceglierà il fai-da-te.
Ad Alessandria, l’Associazione culturale Spazio CentocannoniDue organizza proprio corsi di preparazione ai test di ammissione alle facoltà Medico-Sanitarie, con programmi di approfondimento e ripasso teorico.
Chi desidera informazioni può chiamare l’Associazione Spazio CentocannoniDue allo 0131 1826521 oppure al 392 6970806 o inviare una mail a [email protected]spaziocentocannonidue.it; è disponibile inoltre il sito www.spaziocentocannonidue.it e la pagina Facebook Spazio CentocannoniDue.