Autore Redazione
giovedì
4 Marzo 2021
05:55
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Sport - Alessandria

Lega Imprese Sportive: “Ecco perché anche lo sport amatoriale di contatto non può ancora riprendere”

Lega Imprese Sportive: “Ecco perché anche lo sport amatoriale di contatto non può ancora riprendere”

PROVINCIA DI ALESSANDRIA – Ivan Orsi e Giorgio Iannelli, della Lega Imprese Sportive di Alessandria, hanno spiegato perché lo sport amatoriale di contatto non può ancora riprendere, “nonostante le notizie che filtrano”. “Nel calcio, a qualsiasi livello, dai professionisti ai dilettanti, senza l’utilizzo dei tamponi con annesso esito negativo lo sport da contatto è vietato. Questo perché, per superare la famosa barriera del metro di distanza (o due durante l’attività sportiva), a causa della condizione pandemica attuale, vi è l’obbligo di un protocollo approvato dal Comitato Tecnico Scientifico e quindi dal Ministero della Salute. Nel mondo definito ‘amatoriale’ si sta provando ad interpretare in modo meno stringente il Dpcm che risulta chiaro, se non letto con la volontà di eluderlo. Quali sono i punti cardine su cui si fonda l’idea di poter giocare in questa fase?”

  • “Basta il famoso “interesse nazionale” per poter riprendere”: Falso! L’interesse nazionale implica l’inserimento della tappa locale in una calendarizzazione che la definisce propedeutica alla fase nazionale, scetticismo o meno ci può anche stare come principio, ma durante una pandemia anche Professionisti e Dilettanti si avvalgono di tale principio ma senza tamponi in campo non scende nessuno;
  • Basta seguire un protocollo scritto dall’esposto in materia, anche non approvato dal Comitato Tecnico Scientifico e senza l’utilizzo dei tamponi per poter riprendere: Falso! Ogni protocollo deve esser certificato da chi decide sui requisiti in tempi di pandemia: il Comitato Tecnico Scientifico;
  • Basta un certificato medico agonistico per poter riprendere: Falso! Questo è un requisito sempre valido in base alla tipologia della competizione ma nulla a che vedere con i requisiti imposti dalla pandemia.

Qualcuno in giro per il paese sta già giocando. Altri, come normale che sia, per non rimanere indietro o sentire le classiche osservazioni ‘ma la giocano’, stanno pensando di mettersi in coda e far partire ‘campionati’ in questi giorni. Ma a chi vanno le responsabilità all’interno di questo panorama, in cui non esiste un documento reale che giustifichi la ripresa? Si può solo notare il principio che “ogni responsabilità ricade sull’organizzatore locale che risponderà personalmente di qualsiasi mancanza in termini di requisiti Covid”, ma non solo. Quali sono le responsabilità morali e penali, se si è responsabili della nascita di un focolaio? E quali sono i rischi per i tesserati in caso di controlli? E quali quelli per l’impianto sportivo che accoglie la manifestazione? Non ci si può accontentare di un “armiamoci e partite” senza informare realmente sui rischi. Un ente, un’associazione, dalla più grande alla più piccola, deve mettere al primo posto la ‘tutela’ del proprio tesserato, promuovendo una cultura di rispetto per il prossimo e per le leggi, lo sport nasce anche per questo. La richiesta che viene naturale fare è rivolgersi alle autorità competenti per portare chiarezza e indicare, dove sia possibile, un modo per attivare lo sport, che ricordiamo, deve essere messo al primo posto nella vita sociale dei cittadini. Questo è un principio che, a partire dalle scuole, è troppi anni che viene a mancare. Sicuramente in questo ultimo anno, lo sport, è stato trattato come un’attività non necessaria, e la Lega Imprese Sportive su questo si sta battendo. Qualcuno potrà storcere il naso, ma la realtà è questa e nostro compito non è quello di illudere e spingere una decisione errata, ma sottolineare le problematiche informando e prevenendo comportamenti sbagliati”. 

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