ASTI – Tute da prigionieri di Guantanamo, banchi che vengono destrutturati, manichini anatomici cui vengono tolti gli organi e, infine, un alfabeto dissezionato (proprio come i manichini) e reinventato. Queste le premesse di “Drammatica elementare” di e con Marta Dalla Via e Diego Dalla Via, spettacolo del circuito Concentrica, presentato sabato 12 gennaio allo Spazio Kor nell’ambito della rassegna PUBLIC.

Si parte da un gioco linguistico insito nel titolo e da un incipit che risale ad un reale fatto scolastico raccontato ai due fratelli Dalla Via dal loro padre, ovvero l’espulsione dalla sua classe scolastica, negli anni ’50, di due bambini che avevano disegnato i genitali di Hansel e Gretel. Il titolo ha in sé il dramma della scuola (in questo caso elementare), che esclude e non insegna il confronto e il ragionamento, ma anche la drammatizzazione di tutto ciò in forma di spettacolo enigmistico. Perché ciò che appare più evidente è proprio il gioco linguistico che imbriglia una quantità di argomenti e una sapiente ironia in una gabbia di tautogrammi (componimenti con parole dalla stessa iniziale) e acrostici, passando anche attraverso una serie di ossimori. La stessa gabbia sembra rievocata dalle tute, che, una volta sfilate, ne scoprono altre, e dalla prigione di informazioni abbondanti e acritiche, qui reinventate con un linguaggio dissacrante. Si parla di tutto, in “Drammatica elementare”: dell’attentato dell’11 dicembre, dell’imperversare delle notizie e mode sul cibo, di quelle che dovevano essere le tre I della scuola, ovvero impresa, inglese e informatica. Si parla di notizie, quelle che si ascoltano in forma di cronaca e politica, ma anche della anglicizzazione esasperata della nostra lingua (“Popolo paesano parla planetario”, per dirla con un tautogramma). Il merito di “Drammatica elementare” sta nella freschezza del metodo, nell’ironia che appassiona e rende partecipe il pubblico e nell’intelligenza del porgere un punto di vista altro. Si riconoscono i significati degli oggetti in scena, come anche la banalità delle notizie di cronaca o l’effetto clamoroso di eventi mondiali, ma li si legge con un nuovo linguaggio che, più che poetico, sembra appartenere alla settimana enigmistica. Nella sfida all’ultima parola si rimane appesi ad un modo di parlare che fa sorridere, intervallato da canzoni (imperdibile la prima, di Dino Fumaretto, che recita: “è una vita che non so cosa dire“) e destabilizzante dal primo all’ultimo momento. Come in ogni destrutturazione, tutto viene ripensato, allo spettatore vengono consegnate nuove aggregazioni linguistiche e, attraverso queste, uno sguardo oltre le sbarre delle gabbie quotidiane.

Lo Spazio Kor, con la sua stagione PUBLIC, con gli incontri con i protagonisti degli spettacoli a fine serata e con il suo fascino di chiesa antica, dove abita e si nutre la migliore nuova drammaturgia, rimane un luogo eletto. E’ una gioia dell’anima trovare in ogni appuntamento una conferma di ciò.