Autore Redazione
giovedì
27 Febbraio 2025
09:44
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Tempo Libero - Alessandria

Un burattinaio nel suo teatro. Recensione di “Sior Todero brontolon” al Teatro Alessandrino

Un successo il Goldoni di Paolo Valerio con protagonista Franco Branciaroli alla Stagione di prosa del Comune di Alessandria e di Piemonte dal Vivo
Un burattinaio nel suo teatro. Recensione di “Sior Todero brontolon” al Teatro Alessandrino

ALESSANDRIA – Un palazzo-teatro delle marionette è lo scenario in cui il regista Paolo Valerio ha ambientato il suo allestimento di “Sior Todero brontolon” di Goldoni con la drammaturgia di Piermario Vescovo e Franco Branciaroli nei panni dell’avaro e gretto protagonista. La commedia, forte di un’ottima interpretazione e di un taglio registico che ha riservato delle sorprese, è stata presentata con successo ieri alla stagione teatrale del Comune di Alessandria e di Piemonte dal Vivo presso il Teatro Alessandrino. Il prossimo appuntamento sarà il 15 marzo, sempre all’Alessandrino, con “L’abisso” di e con Davide Enia.

La commedia, scritta da Goldoni in procinto di partire per la Francia, a causa del rifiuto da parte dell’élite mercantile veneziana di concedergli un vitalizio per la sua arte, parla di amore, ma anche di scontro tra generazioni, di avidità e di pretesa di onnipotenza. Paolo Valerio ha immaginato un Sior Todero/Branciaroli burattinaio, nutrito dalla pretesa di manovrare le vite altrui senza alcun confronto e senza alcuna empatia. Su una scena (di Marta Crisolini Malatesta) che rappresenta il retro di un teatro di figura, tra casse che contengono scheletri di marionette, funi e attrezzi di lavoro, ogni sua decisione trova giustificazione nel suo status padronale (“il paron son mi”) e travalica non solo le istanze altrui, ma anche la semplice ragionevolezza.

Le marionette sono un patrimonio del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, che ha prodotto lo spettacolo insieme al Teatro de Gli Incamminati e al Centro Teatrale Bresciano, e provengono dal famoso teatro de I Piccoli di Podrecca, una tradizione che ben si è sposata con il testo di Goldoni, a sua volta amante del genere. Ogni attore, in questa commistione con il teatro di figura, trova un alter ego in una marionetta egualmente abbigliata, ne manovra i fili e se ne prende cura, come se l’attenzione nei suoi confronti sanasse delusioni e soprusi. Il mondo inanimato dei fili e delle teste di legno non appare solo una rappresentazione minuta di quello umano, ma racchiude una sensibilità che trova sfogo nella loro interazione.

La vicenda ruota intorno al preteso matrimonio combinato dal Sior Todero tra la nipote Zanetta/Roberta Colacino e Nicoletto, figlio di Desiderio (un Riccardo Maranzana ben in parte nel ruolo del fattore infido e servile). Saranno la nuora Marcolina e la vedova Fortunata ad organizzare il matrimonio tra i due innamorati Meneghetto e Zanetta e tra Nicoletto e la servetta Cecilia.

L’intraprendenza e la ragione trovano voce e corpo nei personaggi femminili, soprattutto nella decisione e nella lucidità di pensiero di Marcolina/Maria Grazia Plos. Nei suoi dialoghi incalzanti con la controparte, l’imbelle marito Pellegrin (un Piergiorgio Fasolo irresistibile nel suo uscire a sorpresa da una cassa e nella sua cantilena inconcludente), prevale il registro comico e si afferma la sua tempra di donna “tutta spirito e tutta fuoco”. La stessa concretezza si trova nel pragmatismo di Fortunata/Ester Galazzi e nella vivacità di Cecilia/Valentina Violo, anch’essa ben decisa a raggiungere il suo scopo, ovvero il matrimonio con Nicoletto, la sua controparte maschile indecisa e svagata.

Su tutti, incombe il grande burattinaio, un Branciaroli che giganteggia nella sua ossessione e nella sua avarizia, temuto, odiato e falsamente riverito. Così Pellegrin è “soggetto al padre come un puteo”, il servitore Gregorio (Alessandro Albertin) lo subisce schivandolo il più possibile, Nicoletto/Andrea Germani trema al suo cospetto e accentua la sua parlata comica in falsetto, mentre Desiderio si sdoppia tra adulazione timorosa e ammiccamenti al pubblico. Solo la dialettica preziosa e rigorosamente logica di Meneghetto (un Emanuele Fortunati dall’eloquio rispettoso e persuasivo) riuscirà a tenergli testa, in un confronto/scontro dove merito e buon senso avranno la meglio.

In un contesto dove tutto è rispecchiato nel teatro di figura, i protagonisti, pur in un registro comico che  forgia completamente alcuni ruoli, appaiono ben in parte e fanno trapelare, nel rapporto con le loro marionette, ulteriori sfumature interpretative. Il finale, come da copione, è felice, ma l’enormità del protagonista continua a campeggiare; il grande burattinaio non appare sconfitto e beffato come in una pièce molièriana, ma incute una vena di inquietudine che impedisce una semplificazione ottimistica. Un allestimento ricco, ottimamente recitato e forte di un taglio che coniuga tradizione e innovazione. Un’ottima e apprezzata scelta per la stagione di prosa del Comune di Alessandria e di PdV.

 

 

 

 

 

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