Autore Redazione
venerdì
16 Gennaio 2026
07:15
Condividi
Eventi - Tempo Libero - Alessandria

Le parole che non spiegano. Recensione di “Voci sole” al Teatro Alessandrino

Un taglio satirico per un tema scottante come la violenza di genere e quella digitale nello spettacolo di Christian Olcese e Massimo Olcese alla Stagione di Prosa del Comune di Alessandria con Piemonte dal Vivo e Costruire Insieme
Le parole che non spiegano. Recensione di “Voci sole” al Teatro Alessandrino

ALESSANDRIA – Un fatto umiliante e violento, dei diciottenni che smettono di essere individui per diventare una massa connivente, un video sui social che scatena un accanimento mediatico e, poi, il mondo snaturante dell’informazione televisiva. “Voci sole” parla di tutto questo e lo fa con un linguaggio che attraversa, da una parte, il tentativo di un adulto di comprendere e, dall’altra, la manipolazione dei fatti, il cinismo della spettacolarizzazione e lo smarrimento adolescenziale. Lo spettacolo è stato presentato, nell’ambito della Stagione di Prosa del Comune di Alessandria con Piemonte dal Vivo e Costruire Insieme, giovedì 15 gennaio al Teatro Alessandrino con due repliche, al mattino per le scuole e poi in serata, e ha rappresentato una voce di nuova drammaturgia fortemente connessa al presente.

Diretto da Christian Olcese e da lui scritto insieme a Massimo Olcese, è ambientato in uno studio televisivo, dove due conduttori motivati da ragioni completamente differenti ricostruiscono attraverso delle interviste un fatto accaduto durante una festa post maturità. Alessio (Francesco Patanè), un giovane timido e incapace di dichiararsi a Paola (Giorgia Fasce), si ritrova a sculacciarla ripetutamente dopo averla denudata, in un impeto di rabbia e di possesso ingiustificabili persino a lui stesso. In un vortice di sopraffazione e violenza, il video rimbalza anonimamente sul web, dando adito ad una gogna mediatica che rimbalza sulle cronache e in TV.

Una TV dove la notizia deve avere un solo taglio, quello della “violenza di genere e non della violenza in genere”. E’ questo l’obiettivo strettamente commerciale della surreale (ma non tanto) trasmissione, condotta da Brenno Parioli/ Massimo Olcese, che tenta invano di affrontare l’argomento in modo più approfondito, e da Ludmilla Persico/Marial Bajma-Riva. Proprio lei rappresenta un mondo tossico di informazione spettacolarizzata, volta solo a fare audience e a incattivire l’opinione pubblica.

Il disaccordo tra i due conduttori diventa aperto dissidio sempre meno mascherato da ipocrisia di facciata. E’ un contesto paradossale, dove le voci dei testimoni (Antonella Loliva, l’amica di Paola, e Federico Pasquali, l’amico di Alessio) sono sopraffatte da una narrazione che taglia le loro dichiarazioni, le manipola e le interrompe in continuazione con annunci pubblicitari con tanto di musichetta (tutte le musiche originali sono composte e suonate dal vivo da Davide Piero Runcini). Un registro persino comico, dove i nomi artefatti, le incursioni spiazzanti del cameramen (lo stesso Christian Olcese) e i prodotti pubblicizzati con frasi banalmente ridicole creano un contrasto dissonante con le tante forme di violenza che man mano emergono. E’ violenza la passività, lo è lo sfruttamento del dolore e non tutto riguarda la sfera giovanile, perché l’accanimento è trasversale e subdolo.

Il testo enfatizza l’incapacità dei protagonisti giovani e, in particolare, del responsabile Alessio di dare una spiegazione all’accaduto. Le tante parole sono voci sole, proprio come il titolo del programma televisivo, irrisolte e inascoltate. Alessio/Patané inquieta con la sua confessione (“l’eco delle risate scandiva il tempo…non mi sono mai sentito così connesso con tutti”). Racconta di un crudele rito collettivo, di una violenza giustificata e accolta dal gruppo senza ragionamento né coscienza.

E’ una voce sola infine quella di Paola, che sceglie il silenzio, “l’unica strada possibile”, e affida le sue parole ad una lettera che confessa la consapevolezza dell’inutilità di ogni dichiarazione. A lei il regista dedica una canzone da lui scritta e interpretata da Silvia Piccollo e la chiusa finale, in forma onirica. E’ lirico il registro di Paola/Fasce, perché il senso di impotenza è proprio dell’incubo che rivela le profondità più oscure, quella “sensazione di immobilità…come se l’aria stessa fosse invalicabile”.

Voci sole” provoca, non si focalizza su una bipolarità vittima/carnefice, fa luce sul contesto adolescenziale e adulto, apre vie di comprensione, ma non spiega. Come il registro comico al limite della satira si presta a rappresentare un tema tragico, così la pseudo informazione crea un contrasto che non diventa confronto e le voci si perdono. Una sola nota di speranza: l’abbraccio finale tra Paola e la sua amica, un gesto che va oltre le parole e sa di amicizia che resiste e va oltre, come la riflessione generata dal Teatro che travalica la finzione e diventa chiave di lettura della realtà.

Condividi