12 Febbraio 2026
12:57
Salumificio Barabino dichiara fallimento. L’appello della Cgil: “Non lasciate archiviare un marchio storico”
TORTONA – Non è solo la chiusura di un’azienda. È la fine di una storia che affonda le radici nell’Ottocento e che per generazioni ha rappresentato un pezzo di identità produttiva tortonese. A gennaio, il salumificio Barabino ha portato i libri in tribunale. A ricostruire la vicenda del salumificio è la Cgil di Tortona, che ripercorre le tappe di una crisi economica che ha progressivamente eroso la solidità di un marchio conosciuto ben oltre i confini del Tortonese. Una scelta sofferta, inevitabile secondo la proprietà, ma che lascia dietro di sé interrogativi profondi sul futuro del lavoro e delle piccole imprese italiane.
Barabino non era solo un’azienda. Era una storia di famiglia e di territorio, ricorda Marisa Valente, Coordinatrice Cgil Tortona. Fondata nel 1885 a Tortona, l’attività prese slancio nel 1919 come allevamento di suini, per poi trasformarsi in salumificio. Con il tempo, grazie alla qualità delle materie prime e al rispetto di antiche ricette artigianali, il nome Barabino si è affermato in tutta Italia. “Da anni”, però, il salumificio attraversava “gravi difficoltà economiche“. Il personale, che fino a cinque anni fa contava 20 dipendenti, si è progressivamente ridotto a 11 unità. “Questo ha causato sicuramente una difficoltà nell’organizzazione del lavoro, magari provocando anche ritardi nelle consegne e di conseguenza, forse, prezzi più alti e nel contempo molti clienti della grande distribuzione si sono rivolti altrove”, ricostruisce la Cgil.
In un mercato sempre più competitivo, anche piccoli ritardi possono diventare fatali. La concorrenza delle grandi aziende, i costi crescenti e la pressione sui prezzi hanno drasticamente ridotto il fatturato, aggravando una situazione già compromessa. Fino alla resa finale: la cessazione dell’attività e il fallimento: “Ci chiediamo quale potrà essere il futuro degli ultimi 11 lavoratori e delle loro famiglie che, dopo aver lavorato da Barabino per oltre 15 anni, ora si trovano licenziati, con tre mensilità di stipendio arretrate e con una prospettiva di recuperare il loro TFR in tempi lunghissimi” si interroga la Cgil.
Per chi ha tra i 50 e i 60 anni, la perdita del lavoro rischia di trasformarsi in una condanna sociale. Troppo giovani per la pensione, troppo “anziani” per un mercato del lavoro che fatica a ricollocare profili senior. Senza accesso alla cassa integrazione ordinaria o straordinaria, l’unico sostegno possibile resta la disoccupazione, per un periodo massimo di due anni. “E dopo?” si interroga la Cgil. La “rabbia cresce”, alimentata da un contesto economico fragile che non riguarda solo Tortona ma l’intero Paese. La vicenda Barabino, sottolinea Maris Valente, si inserisce in un quadro più ampio: “Non si può non notare, con disappunto, come la narrazione del Governo e dei Ministri Lollobrigida (agricoltura) e D’Urso (imprese), che fanno sfilate in tv per celebrare il made in Italy, la cucina e i prodotti italiani specie quelli alimentari, strida fortemente con un mercato del lavoro in ginocchio, a causa della concorrenza estera, per i dazi americani, per i mancati aiuti promessi in campagna elettorale e mai rispettati”.
Le piccole imprese, come Barabino, senza adeguati supporti statali vengono “divorate dalle grandi società e non sono in grado di reggere la concorrenza sul mercato”, aggiunge la Cgil di Tortona, che lancia quindi un appello alla città di Tortona e alle istituzioni: “Non lasciare che un marchio storico come Barabino venga archiviato tra le scartoffie di un tribunale”.