12 Febbraio 2026
15:53
Il deserto, le torture, poi i risparmi per un appartamento in provincia: la triste storia di Kamal morto a Tortona
TORTONA – Dal Bangladesh aveva attraversato il deserto, era finito in Libia, senza cibo, mani e piedi legati per chiedere il riscatto ai parenti, perfino la tortura. In un quaderno aveva scritto la sua storia con quella cruda e brutale distanza emotiva che sbatte in faccia perfettamente la necessità di narcotizzare quei ricordi. Quella tragica esperienza lo aveva portato “vicinissimo alla morte“, ha raccontato, ma ce l’aveva fatta, era arrivato a Lampedusa per una nuova vita da cominciare in Italia. Hossain Kamal non poteva pensare che dopo migliaia di chilometri, i trafficanti, il mare, un fragile motoscafo, i suoi occhi sarebbero stati coperti da un sottile strato di lenzuolo su un asfalto bagnato in una città occidentale, un posto che doveva essere sicuro.
La sua storia si è fermata a 43 anni, a Tortona, in una rotonda. Aveva da poco ricevuto la notizia del rinnovo del contratto in una azienda di logistica e quindi poteva sorridere fino a luglio 2026. Significava poter continuare a mandare praticamente tutto il suo stipendio alla moglie, la seconda, dopo che la prima era mancata, e ai due figli, una di 14 anni e l’altro di due anni. “Una persona speciale – racconta Valentina Rivera, della Cooperativa Orizzonti che aveva seguito il suo percorso. Nel nostro centro di accoglienza non era solo un ospite, era un uomo gentile, rispettoso, con lo sguardo carico di responsabilità e amore. Parlava dei suoi figli con orgoglio. Ogni progetto, ogni fatica, era per loro e stava mettendo da parte del denaro per comprare un appartamento“. Kamal quasi sicuramente stava progettando l’arrivo della sua famiglia in Italia, in provincia di Alessandria, e certamente voleva “dare ai suoi due bambini la possibilità di studiare, crescere, avere opportunità che lui non aveva avuto”.
Tutto questo prima di una fradicia giornata di febbraio quando la sua vita è finita sotto un tir, il rumore di auto e camion si è fermato improvvisamente e lui è rimasto da solo a terra in un silenzio di qualche attimo, lontano da tutto, prima che tutto ricominciasse. Nel suo quaderno di esercizi per imparare l’italiano le frasi raccontano la fatica e anche la gioia di una strada che aveva trovato e che gli dava una prospettiva: “Sono stanco ma felice perché ho un lavoro“. Era arrivato il 28 novembre 2023 in Italia e nel 2024 era già a Rivalta nella logistica. Lontano da casa ma con un ponte che stava costruendo proprio per accorciare quella distanza, le distanze che ogni giorno percorreva in bici per portare a casa uno stipendio. Mercoledì 11 febbraio quel ponte è crollato per sempre. In Bangladesh è arrivata la telefonata alla famiglia che ha avuto solo la forza di chiedere il corpo. In Italia, in provincia di Alessandria, i suoi amici e compagni di lavoro sono andati da Valentina Rivera per offrire in qualche modo il proprio aiuto a moglie e figli (ed è stata attivata una raccolta fondi proprio che si spera permetta di raggiungere la cifra necessaria prima possibile). Amici che, proprio come lui, ogni mattina, all’alba, di sera, tutti uguali, con giubbotti di sicurezza, percorrono le strade con i mezzi più economici possibile per risparmiare, per arrivare prima possibile a lavoro. Fragili storie alla ricerca di una vita più sicura, dove il termine “sicuro” significa certezza di dare una vita dignitosa a tutta la famiglia. Non certo l’insicurezza di non poter mai più tornare a casa. In quella rotonda la vita di Kamal ha preso la direzione sbagliata. In quella rotondac’è una storia piena di spigoli.
Come Kamal ha raccontato il suo viaggio fino in Italia
È finita la nostra fuga ed è iniziata la nostra sofferenza
Vengo dal Bangladesh. Sono figlio di una famiglia molto povera. Sono arrivato a Dubai per la prima volta dal Bangladesh e sono stato lì per alcuni giorni. Il trafficante a cui mi sono rivolto mi ha mandato in Egitto e dopo essere arrivato in Egitto alla mattina siamo stati prelevati da un volo per andare in Libia di notte. Dopo l’arrivo in Libia è finita la nostra fuga ed è iniziata la nostra sofferenza. Abbiamo attraversato il deserto con grande difficoltà e di notte molte auto hanno cambiato macchina e hanno portato anche i trafficanti che ci hanno venduto alle mafie e ci hanno dato un sacco di problemi. Non ci permettevano di mangiare, legano mani e piedi e fanno videochiamate nelle nostre case chiedendo un riscatto. Nella mia vita ho sperimentato il dolore della morte che sembrava essere molto vicino. Loro ci torturavano e non c’era nessuno che ascoltasse le nostre grida. Hanno provato un grande piacere nel torturarci, poi ci hanno bendato gli occhi e ci hanno portato su una nave in mezzo al mare con un motoscafo. Dopo quattro ore di navigazione i mafiosi hanno nuovamente intercettato la nave, dopo aver navigato per 26 ore abbiamo raggiunto Lampedusa in Italia.
