Autore Redazione
sabato
18 Aprile 2026
11:12
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Tempo Libero - Valenza

“Ma che razza di Otello?” da Verdi a noi. La recensione

Si è chiusa in bellezza con Marina Massironi la Stagione APRE del Teatro Sociale di Valenza
“Ma che razza di Otello?” da Verdi a noi. La recensione

VALENZA – “Ho un conto sospeso con Beppe (Giuseppe Verdi) e con l’Otello” e quella sospensione ha attraversato i secoli, forgiato le menti e giustificato l’ingiustificabile. Ieri, 17 aprile, “Ma che razza di Otello?” con Marina Massironi, accompagnata dall’arpa di Monica Micheli, ha concluso in bellezza la stagione APRE del Teatro Sociale di Valenza, con la direzione artistica di Roberto Tarasco e quella organizzativa di Angelo Giacobbe della Coop CMC/Nidodiragno, che ha anche prodotto lo spettacolo.

“Ma che razza di Otello?” di Lia Celi  è un testo decisamente brillante, dalla prospettiva ampia e tagliato sulle tante sfumature interpretative di Marina Massironi. Spazia nei secoli, inquadra il momento storico dell’opera di Verdi, la sua vita e la sua collaborazione con il librettista Arrigo Boito, risale a Shakespeare e alla novella tratta dagli Ecatommiti (“un decameron pulp“) di Giambattista Giraldi Cinthio, cui il Bardo si ispirò. Soprattutto spazia dal punto di vista critico, individuando comportamenti costanti, ossessioni, stereotipi pericolosi.

Massironi racconta della vita di Verdi, del suo amore per la terra, della sua ricchezza e della sua sobrietà (“terra, lavoro, disciplina”), ma anche della rivalità con Wagner. Parla di quel movimento della Scapigliatura, ribelle alla cultura del suo tempo e critico verso l’opera verdiana, cui appartenne tuttavia il Boito, divenuto poi librettista stimato del compositore. Il registro è leggero e divertente, ricco di guizzi ironici che la bravura della protagonista sfrutta appieno. Appare un quadro storico e culturale dipinto con pennellate di aneddoti gustosi che fanno entrare in un secolo dove l’Italia esportava non prodotti tipici, ma musica riconosciuta e ascoltata ovunque. L’ampiezza di prospettiva include anche uno sguardo femminile e una considerazione apparentemente ovvia, bensì inquietante: “per tutto l’800 l’opera è alla portata di tutti e, nell’opera, le donne muoiono”. Insomma, una normalizzazione della violenza.

Nell’Otello di Verdi la trama è decurtata dell’innamoramento iniziale tra il Moro e Desdemona e, senza la parte romantica, diventa onore senza amore. Otello è pura ossessione furiosa, Desdemona diventa “soprano vergine e martire” e Yago “uno dei cattivi più fighi inventati dall’uomo”. Il melodramma rispecchia la tragedia, celebra la malvagità e la calunnia, infine condanna l’eroina pura e innocente al ruolo di vittima sacrificale, come in un rito inevitabile.

Massironi parla di diversità, di integrazione, di comunicazione ingannevole, di silenzio delle vittime e di chi le circonda. Lo fa in modo sorprendentemente affabulatorio, confermando la sua capacità di affrontare tematiche diverse, di virare improvvisamente al presente, affilare l’ironia e terminare con un crescendo drammatico. Si sorride e si ride tanto, si assimilano con piacere tante notizie e, infine, si ascolta la voce della vittima, ciò che Boito le fa dire e ciò che avremmo voluto dicesse. L’arpa di Monica Micheli è un’eco dell’opera verdiana, ma anche una sottolineatura sorridente alle tante digressioni discorsive, con l’accenno a brani musicali leggeri molto popolari (uno per tutti: “Il ragazzo della via Gluck” accompagna la partenza da Busseto di Verdi per Milano).

Alla fine se l’è cercata” potrebbe essere il commento abusato, pensando al matrimonio osteggiato da tutti tra la pallida Desdemona e il nero Otello, così diversi e così socialmente inaccettabili. E su questa considerazione agghiacciante, ma ben radicata nel pregiudizio collettivo, si chiude il sipario. Rimangono le note di un blues, un’espressione forse più calzante di quella tenorile della voce scura di Otello, ma, si sa, nell’opera il protagonista tragico è il tenore, come la vittima predestinata è il soprano che se l’è cercata.

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