Ecce Liber: la recensione di Divorare il cielo di Paolo Giordano

RADIOGOLD – Comincia tutto d’estate, quando Teresa vede dei ragazzi tuffarsi, nudi, di nascosto, nella sua piscina. Vivranno i successivi vent’anni insieme nella masseria proprio lì accanto, a Speziale. Passeranno il tempo a seminare, raccogliere, distruggere, cavarsela. Penseranno di aver creato un’utopia. La vita di Teresa orbita attorno al suo primo amore, Bern, un ragazzo magnetico dal passato misterioso, l’unico che sembra essere in grado di spingere Teresa oltre il limite, il solo capace a farle sbirciare l’ignoto e a mostrarle un senso della vita.

Il libro Divorare il cielo di Paolo Giordano, pubblicato nel 2018 con Einaudi, è un piccolo gioiello della narrativa contemporanea. È un romanzo complesso, denso, ma con una prosa scorrevole. Merito della scelta stilistica dell’autore che preferisce vestire i panni di Teresa, in prima persona, e raccontarci la storia dal suo punto di vista. L’arco narrativo è ampio. Questo ci permette di conoscere la protagonista e i personaggi secondari più da vicino, dall’infanzia fino all’età adulta, osservando lo snodo narrativo e la loro crescita.

I personaggi di Paolo Giordano sono vivi, sono persone. La storia profuma di vita reale, vissuta. È una storia d’amore, un romanzo di formazione, ma lungi dal giudicarlo esclusivamente come tale. L’autore tratta la questione religiosa con lucidità e rispetto, concetto incarnato dal personaggio di Cesare, il padre dei ragazzi che vivono alla masseria. Giordano però presenta una contrapposizione narrativa e concettuale: si impara la religione, la si mette in dubbio, la si distrugge. È una metafora perfetta dell’adolescenza, della crescita individuale. Imparare il mondo, distruggerlo per costruirne uno migliore. Di sfondo, ma non meno rilevante, la questione ambientalista. Si trova spazio per l’attivismo politico, per una sottile critica al progresso della tecnica che compromette il ciclo naturale e lo forza. È ancora presente nel mondo un luogo davvero incontaminato? In questo, forse, consiste l’utopia che i ragazzi provano a realizzare: creare un luogo incontaminato e sostenuto da energie rinnovabili.

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Paolo Giordano ci ha regalato un romanzo delicato ma che sa lasciare una ferita aperta nel cuore. La scia del libro, anche a distanza di settimane, si respira ancora. La lettura necessita di piccole pause, perché scava in profondità. Ci riesce senza che ce ne rendiamo conto, progressivamente. Le vicende si susseguono e non mancano i colpi di scena, uno in particolare, forse appena prevedibile (ma per questo più realistico), che mozza il fiato. Un romanzo fondamentale, un dono del cielo, come ha scritto Stern, da leggere preferibilmente d’estate, ma che tocca le nostre corde in qualunque stagione. Per me, un capolavoro.

La recensione è stata scritta da Simone Sciamè, giovane autore alessandrino di Pane e Sabbia una raccolta di racconti tutta da vivere e leggere.