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CASALE MONFERRATO – Ha coinvolto 93 pazienti di Casale Monferrato lo studio sul mesotelioma maligno della pleura condotto da un gruppo di docenti e ricercatori della Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale, in collaborazione con ricercatori dell’Università di Torino, del CPO Piemonte, il Centro di riferimento per l’epidemiologia e la Prevenzione Oncologica, e i medici degli Ospedali di Alessandria e Casale.

Dallo studio, recentemente pubblicato sulla rivista scientificaCancer Letters”, è emerso come il 10% dei soggetti monitorati fosse portatore di “fattori di rischio genetici ereditati di cui è già noto “il ruolo determinante” nello sviluppo di altri tumori, per esempio quello mammario e ovarico. Tutti i 93 casalesi oggetto dello studio erano stati esposti a fibre di amianto ma nei pazienti con le mutazioni ereditate l’esposizione era stata inferiore. La presenza di questi fattori di rischio aumenta quindi la sensibilità all’esposizione alle fibre, ma come spiegato da Irma Dianzani, professore ordinario di Patologia generale del Dipartimento di Scienze della Salute dell’UPO, “potrebbe prevedere una risposta clinica del mesotelioma a un certo tipo di farmaci, per analogia con quanto riportato per altri tumori”. “Il nostro studio, pertanto, approfondisce i meccanismi di cancerogenesi delle fibre di amianto e pone le basi per una medicina di precisione anche per il mesotelioma pleurico”.

Il mesotelioma maligno della pleura (MMP) è un tumore raro e aggressivo causato da un unico e ben noto agente cancerogeno: l’amianto. Solo il 10-17% dei soggetti esposti ad alti livelli di amianto sviluppa il mesotelioma (MMP). Questo dato, sovrapposto all’esistenza di famiglie in cui la malattia si presenta in proporzioni maggiori rispetto alla popolazione generale, avalla il ruolo anche di una predisposizione ereditaria. Finora era stato scoperto un solo gene (BAP1) in grado di aumentare il rischio determinato dall’esposizione all’amianto nei pazienti che presentano mutazioni germinali (cioè ereditate e presenti in tutte le cellule dell’organismo). Nei soggetti portatori di versioni mutate di BAP1 si osserva un alto rischio di sviluppare una serie di tumori diversi, tra cui il MMP.

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Il lavoro appena pubblicato sulla rivista Cancer Letters – ha aggiunto la professoressa Dianzani – prova che molti altri geni possono aumentare il rischio di mesotelioma da esposizione all’amianto. Lo studio, dimostra che ben il 10% di essi è portatore di lesioni genetiche ereditarie in una serie di geni coinvolti nella riparazione dei danni del DNA. Era già noto che mutazioni in questi geni causassero un alto rischio di sviluppare una serie di tumori, ma non si sapeva che fossero coinvolte anche nello sviluppo del mesotelioma maligno della pleura. I pazienti portatori delle lesioni genetiche identificate, infatti, erano stati esposti a quantitativi di asbesto significativamente minori rispetto a tutti gli altri pazienti che non avevano tali mutazioni e ciò consente di ipotizzare che essi fossero particolarmente sensibili all’amianto (come verosimilmente ad altri agenti cancerogeni)

Ciò che ha destato grande interesse tra i ricercatori è che pazienti con cancro ovarico, portatrici di mutazioni negli stessi geni coinvolti nella riparazione del DNA danneggiato, mostrano una peculiare risposta a un certo tipo di farmaci (i PARP inibitori). Questa osservazione potrebbe far pensare che tale risposta sia possibile anche per i pazienti con mesotelioma e mutazioni analoghe.

I dati pubblicati a luglio (Betti et al., Cancer Letters 2017) sono stati seguiti da un altro lavoro sulla prestigiosa rivista Nature, focalizzato sull’analisi di tumori metastatici di vario tipo, con esclusione del mesotelioma (Robinson et al., Nature 2017). Il dieci per cento dei pazienti, anche il quel caso, presentavano mutazioni ereditate negli stessi geni e nella stessa proporzione della casistica dello studio condotto da Irma Dianzani e dai suoi colleghi.

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Il nostro studio sul mesotelioma – ha concluso la docente – riporta una situazione generale valida per tutti i tumori. Una parte dei pazienti oncologici presenta una particolare suscettibilità ereditaria allo sviluppo di tumori, dovuta a una ridotta capacità di difesa nei confronti dei cancerogeni in genere. Questi pazienti potrebbero, però, rispondere a un certo tipo di farmaci. In definitiva la stessa debolezza che li ha resi più sensibili al cancerogeno potrebbe essere un’arma vincente contro il loro stesso tumore”.

Lo studio è stato ideato e condotto in particolare da Irma Dianzani, Corrado Magnani, Caterina Casadio, Renzo Boldorini, Marta Betti, Daniela Ferrante, Anna Aspesi, Marika Sculco della Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale con  i ricercatori dell’Università di Torino Giuseppe Matullo, Elisabetta Casalone, Luisella Righi, Dario Mirabelli del CPO Piemonte, i  medici degli Ospedali di Alessandria e Casale Monferrato. Il gruppo di ricercatori include Marika Sculco, vincitrice di una borsa Bando dei Talenti per giovani ricercatori 2016, parzialmente cofinanziata dal CUSA (Centro Universitario per gli Studi sull’Amianto dell’UPO).