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A mente fredda la sentenza di condanna del processo Eternit è già quasi un ricordo, un punto di partenza da cui riprendere una battaglia tutt’altro che finita. Lo hanno spiegato, martedì, i rappresentanti dell’Afeva e delle associazioni che in Belgio, Francia, Spagna e Perù stanno cercando di ottenere giustizia. Già perché la giustizia non si ferma a una sentenza, come ha ricordato Nicola Pondrano, storico lavoratore della Eternit, in parte amareggiato dopo l’esito del 3 giugno: “eravamo 2.272 quando è iniziato questo processo e oggi ne contiamo solo 600. Un assottigliamento dovuto a mille ragioni: penso a coloro che si erano costituiti solo nei confronti del belga e hanno dovuto fare i conti con il decesso del barone, vanificando quella costituzione. Sono amareggiato pensando a quando nel 2004 abbiamo fatto il primo esposto e torno indietro con la memoria alle 120 udienze con queste persone. Con loro ci siamo alzati alle 6 del mattino per raggiungere puntualmente il palazzo di giustizia. Tutta questa voglia di giustiza è stata però vanificata perché è morto l’imputato e quindi anche il risarcimento in sede civile sarà difficile da ottenere. Poi c’è la sentenza che ha ristretto la platea dei destinatari della sentenza per altre considerazioni. Sono stati ridotti gli anni riferiti a Schmidheiny. Sono scomparsi gli anni ’73, ’74, ’75 e sei mesi del ’76 perché attribuiti al padre dell’imputato, già deceduto. Quindi i numeri si sono ulteriormente ridotti. Perciò c’è tanta amarezza perché la questione non è legata al denaro, ma al non aver ottenuto giustizia con la ‘g’ maiuscola. Il risultato è che ora viviamo questi sentimenti contrastanti, la positività comunque per la sentenza di condanna e, al contempo, l’amarezza di cui parlavo“. Pondrano ha anche sottolineato come la vita delle persone non possa valere solo 30 mila euro: “30 mila euro per un decesso è dura da accettare. Penso alla figlia di Romana, Maria Rosa Pavese, morta a 50 anni, nel pieno della vita. Riconoscere a lei 30 mila euro è un appiattimento sociale che non tiene conto delle differenziazioni tra una patologia psichica e una perdita della vita”.

Se Pondrano è amareggiato Romana Blasotti, presidente dell’Afeva è invece arrabbiata, più di quanto non fosse già nel primo grado del processo: “lui la prigione non la farà mai, questo mi fa arrabbiare (riferendosi a Schmidheiny ndr). Allora io dico togliamogli un po’ di soldi anche se fa di tutto per tenerseli. Io sono serena perché non ho rancore e non voglio vendetta. Voglio solo giustizia. E’ ora che noi ci mettiamo insieme per eliminare in tutto il mondo l’amianto.”

Per fare questo però occorre l’aiuto anche lo Stato, come ha rimarcato Bruno Pesce del Comitato Vertenza Amianto: “se siamo in un paese democratico, quel poco risarcimento dovrà essere ottenuto con l’aiuto delle istituzioni perché da sole le persone non ce la fanno. Se le vittime da sole non ce la fanno si possono rivolgere a qualcuno per avere attuazione della sentenza letta nel nome del popolo italiano. Bisogna anteporre la tutela delle vittime trovando il sistema, anche con l’aiuto dello Stato, per garantire un’azione all’estero finalizzata ad ottenere giustizia. Se occorresse un provvedimento per patrocinare le vittime sarebbe così disonorevole per uno Stato? Sarebbe disonorevole fare attuare una sentenza? Siamo in una repubblica democratica, mi chiedo. Io penso di sì e allora dobbiamo essere coerenti con questa risposta.”

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