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ALESSANDRIA – Un testimone instancabile del bene. Nell’incontro organizzato dai Lions e dai Leo Club di Alessandria a Palazzo Monferrato, Don Luigi Ciotti ha scosso le coscienze di tanti alessandrini. Un’ora di intervento accorato, carico di una tensione emotiva che solo chi ha dedicato tutta la sua vita agli altri è in grado di trasmettere. Il fondatore del Gruppo Abele e di Libera ha subito rivolto un pensiero alle vittime dell’alluvione di 24 anni fa, proprio oggi che lo stesso dolore accomuna anche la terra che lo ha visto nascere, le Dolomiti. “Ma la memoria deve presupporre responsabilità e impegno, non essere fine a se stessa“. “Ad Alessandria non arriva Don Ciotti” ha ammonito, rivolgendosi in particolare ai più giovani “arriva un “noi”. Il Gruppo Abele, Libera sono frutto del “noi”. Diffidate dai navigatori solitari. Il noi, invece, è una funzione vitale per la nostra società, contro l’egoismo, le ingiustizie“.

Nato in una famiglia povera, costretta a trasferirsi a Torino dalla provincia di Belluno, Don Ciotti ha ringraziato Dio di aver “vissuto in una baracca, io che come parrocchia ho poi sempre avuto la strada, per riconoscere il volto di Dio in chi fa fatica”.

Tanti i racconti e gli aneddoti svelati, a cominciare dall’intesa instaurata con Papa Francesco, “un uomo capace di saldare la Terra col Cielo e di diffondere la parola di Dio, una parola spesso scomoda. Ricordo cosa gli regalai la prima volta che lo incontrai: un chilo e mezzo di caffè, di quello fatto a Torino, in un rinomato bar. Lui, che come sappiamo ha origini piemontesi, ha apprezzato e la seconda volta che ci siamo visti ho replicato lo stesso regalo, con due pacchetti” ha ricordato Don Ciotti con un sorriso.

Relazionarsi con gli altri, dimensione educativa e culturale e impegno sociale sono, secondo il sacerdote, i tre cardini che dovrebbero essere alla base della nostra società. “Occorre essere cittadini responsabili, non a intermittenza. Ognuno faccia la propria parte. Uno dei più gravi problemi di oggi è la neutralità. Voglio tornare un giorno ad Alessandria e parlare ai tanti giovani che ci sono. Oggi in Italia 2 milioni e 300 mila smettono di studiare e non trovano lavoro. Nei loro confronti noi adulti dobbiamo dimostrarci coerenti e credibili. Senza fare alcuna polemica non ci si può limitare a chiedere il cambiamento, occorre farne parte, essere noi stessi il cambiamento. Dobbiamo avere coraggio ad avere più coraggio. Don Tonino Bello diceva che non era importante sapere chi è Dio ma sapere da che parte sta, e seguirlo”.

“I fondamenti del Gruppo Abele sono attuali ancora oggi” ha continuato Don Ciotti “nella mia vita mi sono occupato di tanti “Caini” che, come accade nella Bibbia, rispondono di non sapere dove sia il proprio fratello. Oggi non lo possiamo più dire. L’accoglienza è la base della nostra civiltà, la base della vita. Oggi si parla tanto di legalità: ci hanno rubato il suo vero significato. La legalità è il mezzo per raggiungere la giustizia, non il fine. Una società forte accoglie le fragilità, occorre prenderne coscienza e non respingere i poveri, gli oppressi. Ci siamo dimenticati la nostra storia di migranti e, purtroppo, in Europa si gioca allo scaricabarile”.

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Due, secondo Don Ciotti, i pericoli imminenti: le droghe, “tornate più forti di prima“, e le mafie, “la cui diffusione è sempre più allarmante”. A questo proposito il fondatore di Libera ha citato l’ultimo rapporto della Commissione parlamentare antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia sulle organizzazioni criminali: “Hanno allargato il loro raggio d’azione e sono diffuse in tutte le regioni italiane, hanno profili organizzativi più flessibili, hanno una vocazione imprenditoriale e finalizzata a inserirsi nell’economia legale e, infine, sono complici di chi opera nella cosiddetta area grigia, lo spazio che c’è tra il legale e l’illegale, tra il lecito e l’illecito”.

“In una ricerca che abbiamo svolto insieme a sei Università italiane e al Procuratore Nazionale Antimafia è anche emerso che la pericolosità delle mafie viene sottovalutata” ha ricordato il prete di strada “ancora si pensa che sia un fenomeno legato solo al Sud d’Italia. Solo l’8% delle persone intervistate pensa che sia trasversale”.