ALESSANDRIA – La provincia di Alessandria sebbene costituita da una forte popolazione anziana si distingue anche per la presenza di figure professionali all’avanguardia. E’ così per la psicologa e psicoterapeuta di Alessandria, Viola Nicolucci. Da tempo attenta a tutte le tematiche legate alle nuove tecnologie, tanto da farne un aspetto centrale della sua professione. Dal 2011 si occupa del rapporto tra psicologia e nuove tecnologie: consulenza psicologica online, educazione digitale, gamification e videogames.

Viola NicolucciLa sua scelta di occuparsi del rapporto tra psicologia e nuove tecnologie è iniziata nel 2011, offrendo consulenze psicologiche online (in videoconferenza) anche se, confessa, “è stata la maternità ad avvicinarmi ai videogiochi e alla loro potenzialità”.
Un ambito in cui si intrecciano discipline differenti. Non sono sufficienti competenze psicologiche classiche, ma servono anche neuroscienze, informatica, user experience e game design”.
Il mondo dei videogames non è banale, spiega Viola Nicolucci perché “la componente psicologica presente nei video games riguarda differenti livelli. Ad esempio il videogiocatore e il perché
scelga un gioco e non un altro. Poi c’è il videogioco e cioè il lavoro che produca un lavoro finale che consenta al giocatore di immedesimarsi nel protagonista. Infine c’è l’industria visto che il videogioco deve avere successo nelle vendite e se troppo provocatorio non verrà accettato o
compreso dalla società.”

Tutto questo spiega il lavoro variegato della psicologa alessandrina: “Io lavoro su più versanti. Offro competenze psicologiche all’industria del game design. Faccio formazione a psicologi e insegnanti per introdurre le potenzialità dei videogiochi e ridimensionare i timori e infine informazione per il pubblico generale.”

Un aspetto quest’ultimo che sta facendo discutere perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha proposto di considerare l’esistenza di una dipendenza da videogiochi, chiamata Gaming Disorder.
Eppure su questo fronte, spiega ancora Viola Nicolucci i timori sono eccessivi perché quella della dipendenza dei giochi come malattia “è una proposta, e la notizia è stata fraintesa. La diffusione ha finito per amplificare i timori del pubblico. Il mondo della ricerca scientifica ha ancora dubbi sull’argomento. Rischiamo di stigmatizzare come malati tutti i videogiocatori, senza che ci siano evidenze.”
Tuttavia i casi di eccessivo uso di videogiochi esiste e ha una spiegazione: ” Alla base del “gaming problematico” ci sarebbe un’insoddisfazione di alcuni bisogni psicologici (es. autonomia, competenza e socializzazione). Il fenomeno riguarderebbe solo l’1-3% della popolazione.
Il gaming problematico è solo espressione di un disagio che nasce altrove (es. famiglia,
rete sociale)”.

Imputare però al mondo dei videogames la radice del disturbo è un grosso errore perché “pensare di poter “curare” chi ne soffre, dis-abituandolo all’uso, non risolve il problema. L’insoddisfazione resterebbe e verrebbe semplicemente espressa in altro modo.

L’importante è comprendere che alla base del gioco compulsivo ci sono altri problemi che devono essere affrontati con rigore, senza sminuirli o banalizarli, puntualizza ancora la psicologa: “Chi ha dubbi per sé o un familiare deve rivolgersi a uno psicologo. Il clinico dovrà distinguere se il comportamento di gaming è dato da: coinvolgimento (engagement), dedizione (passione per i videogiochi) o insoddisfazione di bisogni psicologici primari. In quest’ultimo caso, il lavoro è poi quello di comprendere quali bisogni psicologici sono frustrati, perché e come modificare la situazione per raggiungere un equilibrio.”

A creare però un ulteriore ostacolo a un approccio profesionale e scientifico la visione spesso negativa nei confronti delle nuove tecnologie. Una avversione che risiede nella “resistenza ai cambiamenti nella popolazione registrata da almeno un secolo. Gli scacchi furono classificati come passatempo poco intelligente, che comprometteva la socialità dei giocatori rispetto all’attività all’aria aperta. Notate delle ricorrenze? Proiettiamo le nostre ansie per le novità su bambini e adolescenti. Abbiamo una visione idealizzata dell’infanzia e mascheriamo le nostre paure come protezione per i più piccoli”.

In tutto questo si nascondono anche le insidie del profitto e infatti “una parte del mercato approfitta delle paure dei consumatori, nel tentativo di vendere informazione, formazione e trattamenti per problemi che la scienza non ha confermato (abuso di tecnologie e video games)”.

Perciò occorre anche vincere le paure di un approccio al mondo radicalmente diversa rispetto a quella che avevano gli attuali adulti quando erano bambini: “Il mondo cambia e anche il contesto storico. Non possiamo aspettarci che bambini e adolescenti vivano nel 2019 come noi adulti abbiamo vissuto quella fase della vita. Non mi preoccuperei perché i ragazzi pensano diversamente oggi, cercherei di capire come pensano, se e quali benefici hanno, perché questo genera ansie negli adulti.”

In tutto questo il gap tra vecchia e nuova generazione, anche in ambito professionale deve essere affrontato con scrupolo e serietà, conclude Viola Nicolucci: “La digitalizzazione è un fenomeno recente. Molti clinici non sono nativi digitali. L’uso che un paziente fa delle tecnologie può rivelare informazioni importanti ai fini della cura. Per questo è importante che i clinici siano consapevoli di proprie eventuali resistenze, che potrebbero influenzarne il metodo di lavoro e gli esiti nella vita dei pazienti.”