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ALESSANDRIA – “L’omosessualità non è una patologia fisica né psicologica né psichiatrica. Perché deve essere indicata?”. Il collettivo Non Una di Meno di Alessandria torna sulla vicenda del paziente dell’Ospedale di Alessandria che si è sentito discriminato dopo aver letto nel suo referto di dimissioni che era stato indicato anche il suo orientamento sessuale.

“Non possiamo che ribadire quanto occorra smascherare la violenza sociale che impone di riprodurre i soli generi binari – uomo/donna – a sostegno di un’eterosessualità obbligatoria e ci chiediamo quindi, se lo stesso trattamento venga riservato alle tante coppie eterosessuali che quotidianamente, per i più disparati motivi, si recano al pronto soccorso dell’ospedale alessandrino” hanno sottolineato dal collettivo.

Riteniamo che l’accesso ai servizi sociosanitari debba avere un carattere universalistico, in questo senso non è più rimandabile un cambiamento dei servizi stessi, per raggiungere una piena inclusione di tutte le soggettività e non solo quelle bianche, giovani, abili, eterosessuali e native”.

È assolutamente grave e sconfortante che in un luogo come un ospedale pubblico, nel quale esistono precise norme di tutela della privacy, e da parte di un medico che ha l’obbligo di attenersi a stretti principi deontologici che prevedono la tutela del paziente da discriminazioni, una persona debba subire questi episodi persecutori, solo perché omosessuale” ha continuato Non Una di Meno Alessandria “Non parliamo di un’eccezione, anzi di eccezionale in questa vicenda c’è solo il coraggio dell’uomo che, anziché subire e vergognarsi, ha deciso di denunciare pubblicamente l’accaduto. L’evidente condizione di disparità alla quale sono sottoposte le soggettività che non rientrano nella cosiddetta norma, li spinge spesso al silenzio, all’invisibilità, a sopportare le violenze pur di ricevere una cura, mantenere il posto di lavoro o accedere a un servizio”.

“Quando affermiamo che la violenza è sistemica intendiamo dire che le sue forme di espressione sono molteplici e trasversali: toccano infatti tutti gli ambiti delle nostre vite intrecciandosi continuamente tra di loro e questo episodio ne è purtroppo una conferma. Conferma anche di quella dinamica che ben conosciamo che vede la persona che denuncia una violenza (sia essa fisica o psicologica) o una discriminazione colpevolizzata, stigmatizzata per aver sollevato il fatto. Al fine di rompere la frammentazione e l’isolamento che spesso si crea attorno alle soggettività discriminate riteniamo fondamentale riaffermare l’importanza della costruzione di reti solidali e di mutuo soccorso, riaffermare cioè, contro la barbarie, l’individualismo e la solitudine, la potenza dell’essere in comune, il sostegno, la sorellanza: per questo motivo la porta della Casa delle Donne è sempre aperta”.

Foto tratta dal profilo Facebook di Non Una di Meno