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ALESSANDRIA – Una notte per dire quanto le materie classiche siano… belle. Ancor più che importanti. Perché è proprio la bellezza del latino e del greco antico al centro della Notte del Liceo Classico che si è svolta venerdì 17 gennaio 2020. In tutta Italia così come nella provincia di Alessandria. Ed è proprio da qui che parte lo spunto per una discussione che si perde all’alba dei tempi delle costanti riforme scolastiche. Latino/greco sì o latino/greco no? Annosa questione che non fa dormire gli studenti più avversi allo studio dei grandi classici e solletica – oltre che sollecita – l’intelletto dei docenti. Così abbiamo chiesto proprio a loro, ai professori, se nel 2020 abbia ancora senso insegnare le cosiddette lingue morte. E se sì come renderle il più attuali e attraenti possibili al popolo dei millennial.

Prima di addentrarci in una discussione, che è risultata tutt’altro che banale, siamo però costretti a un piccolo spoiler. Perché nessuno dei professori che abbiamo sentito ha citato la trita e ritrita frase: “Il latino apre la mente“. O meglio, la mente in un qualche modo la apre ma in modo diverso da quanto poteva accadere anni fa. “Lo studio della lingua di Cesare e Virgilio permette infatti di comprendere l’origine dell’italiano“, spiega a RadioGold la professoressa Alessandra Giordano del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Alessandria. “Noi utilizziamo quotidianamente il latino. Sembra banale dirlo ma moltissime parole di uso comune derivano da quella lingua che fu dei grandi poeti del passato“, prosegue invece Anna Isgrò, anche lei docente dello Scientifico alessandrino.

Più rigorosi gli insegnanti del Liceo Classico Giovanni Plana. “Il latino e il greco danno metodo, di studio e in parte di vita“, spiega il professor Antonino Trifirò. Che viene dagli studi classici di Palermo dove “le cosiddette lettere antiche vengono coltivate e trovano quel rigore che in altre parti d’Italia si può riscontrare“. Di un parere molto simile la professoressa Paola Massucco: “Predispone a un ragionamento che altri insegnamenti non consentono. Spesso viene paragonato alla matematica ed è una delle cose più sbagliate in assoluto“. Il motivo è tanto semplice quanto inoppugnabile poiché “la matematica obbliga a dare un solo risultato: 2+3 darà sempre 5. Una traduzione, al contrario, permette di avere svariate versioni e ragionamenti che alla fine risultano corretti“.

Ma come motivare, al di là dell’apertura mentale, nel 2020 l’insegnamento delle lingue classiche? “Negli anni l’approccio della didattica è mutato. Si è dovuto adattare a quelli che sono stati i cambiamenti dei costumi e soprattutto delle esigenze dei giovani”, ribatte Anna Isgrò. Per poi aggiungere che adesso “si parte dal testo dell’autore per apprendere sia la grammatica che il modo di pensare degli antichi. Se una lingua morta ha dopo duemila anni ancora qualcosa da dirci per la sua bellezza allora il suo insegnamento è giustificabile“. E qui si sfocia in una sorta di umanesimo ante litteram – tanto per restare in tema – “dove si può porre la centralità dell’uomo. Di chi ha vissuto prima di noi e ha affrontato problemi che, se si scava in profondità, non sono poi così diversi“.

L’insegnamento del latino, e nel suo caso del greco, per la prof. Paola Massucco “ci insegnano la diversità. Spesso dicono che noi e i latini o i greci siamo uguali. Niente di più sbagliato la democrazia greca è diversa dalla nostra. Il concetto di politica latina è opposta a quella che siamo abituati a vedere noi tutti i giorni“. Ecco che si inserisce alla perfezione il discorso di Antonino Trifirò che identifica nell’abilità di traduzione dei classici “la possibilità di critica. Una critica costruttiva e di ragionamento. Cosa, che a mio modo di vedere, sta venendo meno nella società attuale“. Insomma, latino (e greco) sì. Con buona pace di tutti quegli studenti che non vedono l’ora di mettere Seneca o Platone per sempre in un cassetto.