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VALENZA – Ogni spettacolo ha un’origine e quella di “Nina ” degli Eccentrici Dadarò, liberamente ispirato a “Il gabbiano” di Čechov, è particolarmente suggestiva. Nell’occasione del centocinquantesimo compleanno dell’autore russo, aderendo all’invito del professore Jurij Alschitz, una sessantina di attori e registi di diverse nazionalità si sono recati, in treno in terza classe, a Yelets, paese verso il quale, nell’ultima pagina de “Il gabbiano”, la protagonista Nina dichiara di voler partire per andare a recitare. Nina Zarecnaja rappresenta lo spirito del teatro, quello dove “l’importante non è la gloria, il successo, ma saper sopportare”, e a lei, attrice mai esistita, l’eterogenea combriccola artistica ha voluto erigere, in quel luogo freddo e sperduto, una statua.

E’ stato proprio nella due giorni teatrale a Yelets, che è nato l’abbozzo di “Nina”, interpretato da Rossella Rapisarda e da lei scritto insieme al regista Fabrizio Visconti. La protagonista ne parla volentieri, sia sul palco al termine dello spettacolo, sia nel foyer, offendo vodka e pane nero agli spettatori, secondo un rituale russo benaugurante appreso proprio dagli abitanti di Yelets. Il monologo, inserito nella rassegna Concentrica, è stato, venerdì 21 febbraio, l’ultimo appuntamento della stagione di prosa del Teatro Sociale, firmata per il settimo anno consecutivo dalla direzione artistica di Roberto Tarasco e curata nella gestione da Angelo Giacobbe/CMC-Nidodiragno Produzioni, mentre l’ultima data della sezione musica sarà con “Via Toledo project” il 28 febbraio.

Oggi, sabato 22 febbraio, alle 17, sarà in scena  lo spettacolo teatrale per famiglie “Alice nel paese delle meraviglie” del Teatro degli Acerbi, scritto e diretto da Fabio Fassio, con protagoniste Patrizia Camatel e Elena Romano.

Tutto inizia con una voce fuori campo maschile, quella di Cechov che, in una lettera all’amico Suvorin, definisce “Il gabbiano” una commedia di “quattro atti, un’unica scena, molti discorsi sul teatro, pochissima azione, tonnellate d’amore». Ed è a questo punto che Rossella Rapisarda dichiara, interagendo con il pubblico, la sua intenzione di mettere in scena “Il gabbiano” da sola, in attesa di prendere un treno (per Yelets, ovviamente, ma lo si scoprirà dopo). Il monologo è stato definito a due voci, perché vi confluiscono due protagoniste unite da due forze interiori: l’amore infelice per un uomo e quello per il Teatro. Il tono è confidenziale, il dialogo con gli spettatori continuo; il filo della passione di Nina per lo scrittore Trigorin si intreccia con quello, dai risvolti ironici, dell’amore di Rossella per Osvaldo (spettatore assente e invano invocato, indicato da un posto riservato vuoto). In comune, la vocazione per il Teatro, perché “nella vita la volontà non basta”, l’unica libertà è nel Teatro, dove una storia d’amore è bellissima e per sempre. In quella che pare una confessione di oggi e di un altro tempo, trovano posto la lettura dei tarocchi, il famoso monologo di Nina, quello che, più di ogni altro, rappresenta idealmente la libertà dell’artista, una scena di vera passione con l’aiuto di un frac, sulle note di “Dio come ti amo” di Mina, e, soprattutto, tonnellate d’amore.

E’ lieve nel raccontare, Rossella Rapisarda, collega Cechov alla vita, passato a presente, dramma a sorriso. Passa dai modi impacciati e frettolosi di chi sembra trovarsi in ritardo nel posto sbagliato, all’ardore interiore e fluido di chi sa di voler recitare per sempre. E allora un disco sospeso illuminato diventa la luna che si riflette sul lago (quello di Nina, ma anche quello di Como, dove è nata Rossella), un baule diventa una barca e i rumori intorno sono di acqua. Lì deve volare il gabbiano e lì, sulla scena, tutto può succedere. “Nina” ha il potere di rendere partecipi, di divertire e di non dare nulla per scontato. Il dialogo con un testo importante è giocato su un piano personale, dove nulla è superfluo e tutto sembra tornare, rendendo la vera essenza della protagonista cechoviana e la sua incarnazione nell’oggi, nella forza della vocazione artistica. Il dopo spettacolo, con il rituale russo del desiderio da esprimere, annusando pane nero e bevendo vodka, è stato la continuazione naturale del clima di condivisione, che solo la verità generata dall’arte può creare.