NOVI LIGURE – Tanto tuonò che piovve. Ma quella caduta sui lavoratori ex Ilva ha tutti gli aspetti di una doccia gelata più che una doccia ristoratrice. ArcelorMittal Italia, infatti, ha presentato nella serata di ieri ai ministeri dell’Economia, dello Sviluppo economico e del Lavoro il tanto atteso piano industriale che – secondo indiscrezioni – non si discosterebbe più di tanto dall’accordo preso con il Governo a marzo 2019 per chiudere il contenzioso tra Ilva in amministrazione straordinaria e la stessa multinazionale franco-indiana.

Secondo quanto riportato dal segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli, questo piano prevede 3.300 esuberi che verranno tagliati già a partire dal 2020 e il rinvio del rifacimento dell’Altoforno 5 (Afo5) di Taranto. “Non sono accettabili gli esuberi dichiarati e una produzione che si assesterebbe intorno ai 6 milioni di tonnellate annue. ArcelorMittal avrebbe fatto presente che lo scenario, rispetto all’accordo di marzo, è profondamente cambiato a causa del lockdown“, ha spiegato Bentivogli.

Il segretario della Fim-Cisl ha sottolineato come “nell’indotto non si pagano stipendi da mesi e in molti casi non arrivano le risorse degli ammortizzatori sociali. L’accordo del 6 settembre 2018 prevedeva zero esuberi e 8 milioni di tonnellate nel 2023 (mentre ArcelorMittal, adesso, posticipa questo obiettivo al 2025). Ora arrivano esuberi, Cassa Integrazione e ritardi negli investimenti”. Bentivogli ha poi continuato spiegando: “I 10.700 operai al lavoro nel 2025 sono solo teorici e senza nessuna consistenza. Complimenti a chi ha tolto lo scudo penale dalla scorsa estate e ha dato un ottimo alibi all’azienda per disimpegnarsi“.

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Dell’accordo al momento non si conoscono ancora i dettagli di questo piano industriale. A preoccupare è sicuramente la questione degli esuberi e come verranno spalmati nei vari stabilimenti da parte di ArcelorMittal Italia. In questo senso preoccupa la situazione di Novi Ligure dove la produzione è già ai minimi storici con appena 323 operai richiamati dalla cassa integrazione in deroga per il Covid-19 ma che da luglio e per 9 settimane dovrebbero passare a una cassa integrazione ordinaria.