L’arte aiuta a rimanere umani. Faber Teater on line nel Giorno della Memoria

L’Olocausto è una tragedia fatta di persone e di diverse storie, è un evento di tale orrore che spesso si tende a citarlo senza entrarvi in profondità. Quando si parla di Shoah il pensiero corre ad Auschwitz e ad altri luoghi tristemente famosi, ma ci sono pieghe della storia meno note, terribili, ma anche ricche di dignità e speranza, che è giusto ricordare.

E’ il caso del ghetto di Terezin, poco distante da Praga, un campo di transito e non di sterminio, utilizzato come modello per la propaganda, dove vennero internati artisti, attori, musicisti, intellettuali e tanti bambini. Proprio di questo campo-modello, dove, pur dopo estenuanti ore di lavoro, in condizioni di fame e di mancanza di igiene, le arti hanno continuato ad essere esercitate, parla “Le bambine di Terezin” di Faber Teater con Paola Bordignon. In occasione del Giorno della Memoria, il 27 gennaio, alle ore 21, lo spettacolo sarà visibile sulla piattaforma digitale ilsonar.it e, nello stesso modo, entrerà in molte scuole nel corso della prossima settimana. La registrazione è stata fatta nel Teatrino Civico di Chivasso da tre videocamere, grazie al lavoro di due videomaker, e il video è stato montato cercando di ricreare lo sguardo dello spettatore verso il palcoscenico, per restituire il più possibile la sensazione di verità che il teatro sa ricreare. I biglietti sono acquistabili qui: https://www.ilsonar.it/live.php?azione=evento e il prezzo è di 10 euro più commissioni e prevendita, una cifra pensata nell’ottica di uno spettacolo visibile da tutta la famiglia.

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Lo sguardo di Faber Teater è sempre poetico e vibrante, sia che si tratti di un viaggio tra culture e paesi, sia che ci si immerga nella musica e nella polifonia. Ne “Le bambine di Terezin” la scelta, di fronte ad un argomento come la Shoah, ha privilegiato una nota di speranza, seppur sempre ben legata a fatti e documentazione. Paola Bordignon, su una cassa e un bancale di un metro e mezzo (dimensione dei materassi del campo) inizia a narrare e l’incipit suona come una storia: “c’era una volta, e c’è davvero, una piccola città di nome Terezin...”. Alle sue spalle, uno schermo proietta immagini-testimonianza, tra cui un film di propaganda nazista, che presentava la città-paradiso regalata da Hitler agli ebrei (salvo poi deportare ad Auschwitz tutti i protagonisti del video), e disegni di una bimba. Helga, questo il suo nome, ha disegnato farfalle, ma anche tutto quello che vedeva ed è con la sua voce, insieme ad altre, che che Paola Bordignon tratteggia poesia e speranza. E’ lo sguardo di chi patisce la fame, vede partire verso una meta sconosciuta (che sappiamo essere un campo di sterminio) la sua migliore amica, osserva la morte ovunque intorno a sé, ma sogna un futuro e può farlo grazie all’arte. Helga disegna, studia e impara, grazie all’opera instancabile dei tanti insegnanti e artisti che, nel ghetto, dopo dieci ore di lavoro, si dedicano all’istruzione dei bambini, perché l’arte e la conoscenza aiutano a sopravvivere. Le voci sono tante e in ognuna una storia terribile, compresa nella tragedia collettiva delle deportazioni verso i campi dell’est, delle morti per fame, epidemie e freddo. Nel cosiddetto ghetto-modello dei 15000 bambini, arrivati tra il ’42 e il ’44, ne sopravvissero solo 142. Furono sfruttati allo sfinimento e persino utilizzati, in vista della fine della guerra, per trasportare ceneri e ossa delle tante vittime nelle acque del fiume. C’è una verità storica scomoda e terribile, nelle parole di Paola Bordignon, ma c’è anche una modulazione di speranza verso il futuro, un tono sognante che si accompagna alle note di belle canzoni della tradizione ebraica, uno sguardo infantile che a tutto dà la forma di una favola. E’ il sogno di una giovane mente di andare “in qualche posto sconosciuto dove nessuno uccide” e lascia un sentore di saggia ingenuità. Sembra indicare una via di salvezza, proprio come l’arte e la cultura a Terezin sono riuscite a non fare appassire il desiderio di continuare a vivere. Helga Weiss è sopravvissuta e ha continuato a dipingere, è diventata una pittrice affermata ed è anche grazie a storie come la sua che si comprende come l’arte sia intrinseca all’essere e al rimanere umani.

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