L’anima tra versi e danza. Recensione di “Marina. Nemmeno io sapevo di essere un poeta”

CASTELLAZZO BORMIDA – “Ai miei versi scaturiti così presto, che nemmeno sapevo d’essere un poeta…”. Inizia così “Marina. Nemmeno io sapevo di essere un poeta”, lavoro di teatro danza e parole che mette a nudo, attraverso poesie e lettere, l’animo di una delle poetesse più rappresentative della letteratura russa.

Lo spettacolo, ideato e diretto da Tatiana Stepanenko, anche interprete-danzatrice con Giorgia Zunino, e con l’attrice Monica Massone è stato, ieri venerdì 17 settembre, il penultimo appuntamento della rassegna “E a un certo punto il rosso cambiò colore” proposta dalla Fondazione Luigi Longo con la direzione artistica di Paolo Archetti Maestri ed Eugenio Merico,  per i 100 anni del Partito comunista italiano. La prossima data sarà Venerdì 24 settembre con Daniele Gennaro (voce e chitarra) and friends in “Niente di nuovo: amore e resistenza” e Massimo Zamboni in “La trionferà” reading.

Sulla scena Monica Massone è Marina, una donna assetata di amore, anticonvenzionale per il suo tempo (la prima metà del ‘900, tra due guerre e la rivoluzione sovietica) e spirituale nell’intendere la comunione di anime. I suoi amori, dal marito sposato in gioventù e mai abbandonato (“un matrimonio giovane che si è rivelato un colpo e una catastrofe per tutta la vita”) a quelli epistolari per Rilke e Pasternak, dei quali rimane un carteggio sublime, sono sempre stati estremi, tendenti all’infinito e, perciò, destinati ad infrangersi. Una tensione alla felicità controbilanciata da una vita estremamente difficile, segnata dalla caduta in disgrazia nella neonata URSS, a causa della militanza del marito nell’armata bianca durante la rivoluzione russa, e dall’esilio in povertà prima a Praga e poi in una Parigi ostile. Nel ‘39 Marina ritorna in Russia con il figlio più piccolo, nella speranza disattesa di ricongiungersi al marito e alla prima figlia. Evacuata nel villaggio di Elabuga, nella miseria più assoluta e abbandonata dal mondo dei letterati asserviti al regime, si suicida, nella convinzione di non avere altra scelta per sé e per il figlio.

“Marina. Nemmeno io sapevo di essere un poeta” prende forma nelle liriche e nelle lettere, anch’esse traboccanti lirica, della poetessa, in uno specchiarsi continuo tra parola e danza. All’incipit dei versi “scaturiti come zampilli di fontana” si sposa il valzer di Shostakovich, danzato da Giorgia Zunino, che pare vibrare della stessa passione traboccante della poetessa. La musica (di Shostakovich, Schnittke, Handel) diventa un trait d’union, ma la vera liaison è tra verbo e gesto ed è sublimata nella danza ritmata dalla sola enunciazione poetica. Giorgia Zunino e Tatiana Stepanenko sono rispettivamente l’anima giovane e quella matura di Marina, portano nei loro gesti la leggerezza, l’esaltazione e il dolore senza scampo, danzano i moti interiori e travolgono in una drammaturgia coreografata i pochi oggetti di scena (un tavolo e una sedia), esaltandone la presenza. E’ una poesia non facile, quella della Cvetaeva, persino spigolosa nelle tante esclamazioni e nelle metafore estreme, e l’interpretazione di Monica Massone la restituisce colma di significato, rendendola fremente e viva. Si coglie nella sua voce e nei suoi gesti l’amore, quello ideale, che trascende carne e miserie per anelare all’assoluto, si cade nel baratro del dolore della privazione, si viene attratti da un mondo parallelo dove la passione e la presenza si nutrono di assenza, vera condizione della comunione di anime. Sia la prosa che la poesia della Cvetaeva sono un caleidoscopio di sentimenti, che paiono contenuti a stento dall’interpunzione e dalla struttura del verso o della frase e l’idea di usare due linguaggi, quello verbale e quello del teatro-danza, per esprimerne le tante sfumature, risulta azzeccata ed emozionante. Il climax finale si raggiunge con un crescendo di drammaticità, ben reso da Monica Massone, legato alle disperate lettere agli ex amici letterati e culminante nel gesto estremo, a lungo meditato.

Uno spettacolo di grande impatto, ottimamente reso e magicamente danzato, che porta nella profondità di uno spirito innamorato e leggero, estraneo alla bruttura e alla miseria di una vita sfortunata. Da vedere per immergersi nella totalità di un mondo di estasi e cadute, tessuto ad arte da tre brave interpreti, ognuna un po’ Marina.

Nell’ambito della rassegna organizzata dalla Fondazione Luigi Longo continua l’esposizione grafica di Ivano A Antonazzo “Nero Imperfetto” mostra in divenire di segni, di suoni e sequenze nella chiesa di Santo Stefano, in Viale Milite Ignoto, Castellazzo Bormida, fino a domani 19 settembre, con evento finale a sorpresa.  Negli spazi espositivi della Fondazione (in via Baudolino Giraudi 421 a Castellazzo Bormida) si possono inoltre visitare le mostre di Tono Zancanaro (1906 – 1985) e 1921 – 2021 Cento anni in Piazzetta Rossa.