L’adolescenza ieri come oggi in “Risveglio di primavera” al Teatro Sociale di Valenza
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VALENZA – Ieri prova generale al Teatro Sociale ed è stato un flusso di corpi, parole e musica il “Risveglio di primavera” di  Frank Wedekind, tradotto e riadattato da Gabriele Vacis insieme ai ragazzi PotenzialiEvocatiMultimediali. Venerdì 6 maggio alle 21 sarà in scena e chiuderà la stagione Apre del Teatro Sociale di Valenza, con la direzione artistica di Roberto Tarasco e quella organizzativa della CMC/Nidodoragno di Angelo Giacobbe. Lo spettacolo, inizialmente programmato in altra data e poi rimandato a causa del covid, è nato come saggio di fine corso della scuola del Teatro Stabile di Torino ed è stato poi rielaborato e messo in scena da alcuni ex allievi che, sotto la guida del loro insegnante Vacis, si sono costituiti in compagnia.

Wedekind scrisse “Risveglio di primavera”, il cui sottotitolo è “Tragedia di fanciulli”, nel 1891, un’epoca in cui parlare dell’età della scoperta della sessualità era considerato tabù, tanto da andare incontro alla censura per molti anni. Da allora in poi non si poterono più ignorare i turbamenti adolescenziali portati dalla discrepanza tra crescita dei corpi e immaturità psicologica. Fu codificata l’età della socialità di gruppo, dei complessi di inferiorità, delle paure e delle speranze sempre condivise con i coetanei, specchio e cassa di risonanza dell’interiorità del singolo. E’ questo moltiplicarsi di ogni pulsione e di ogni paura che si percepisce nell’allestimento dei PotenzialiEvocatiMultimediali, una coesione che va la di là della semplice coralità, per superarla e diventare un organismo vivo fatto di tante anime in una. Nove attori si muovono insieme, sono sempre presenti in scena e formano delle onde pulsanti che partono da un centro, quello dove avviene l’azione, per moltiplicarne la forza, come in un gioco di specchi.

Nel contesto borghese perbenista della Germania di fine ‘800, un gruppo di quattordicenni, rigorosamente tenuti all’oscuro delle dinamiche della sessualità e dell’interazione affettiva, scoprono, ognuno in modo diverso, pulsioni, desideri e perversioni. In una società repressiva, che pretende di veder sfociare l’infanzia direttamente nella maturità adulta, nessuno di loro vive il cambiamento in modo sereno e le singole tragedie diventano un dramma collettivo. C’è Melchior, brillante e sicuro di sé, più informato dei suoi coetanei e figlio di una donna comprensiva e progressista, e c’è il suo amico Moritz, insicuro, terrorizzato dal rischio di una bocciatura scolastica e incapace di comprendere ciò che accade al suo corpo. Le loro singole tragedie si intrecciano con quelle di Wendla, vittima dell’omertà bigotta della madre circa il tema sessuale, di Martha, picchiata dal padre, e di Ilse, ribelle contro le convenzioni, ma donna-oggetto di un gruppo di sedicenti artisti. Il germe della violenza, lo stupro, l’aborto, il suicidio emergono prima in forma di discorsi adolescenziali, poi prendono forma in modo sinistro, grazie ad un’unità di movimento e di canto di tutti i protagonisti. Così la fragilità di Moritz è collettiva e si fonde con “Suonatori di flauto” di De Gregori, così la violenza di Melchior contro Wendla si moltiplica in un’azione corale e in un minaccioso canto a cappella. L’adolescenza è trattata come una malattia che degenera in un contesto di repressione malata; chi rimane è un sopravvissuto e l’opera di Wedekind denuda temi assolutamente attuali, poiché le dinamiche mentali non cambiano. E allora si riconoscono la violenza (che in questa forma corale ricorda quella del cosiddetto branco), l’incomunicabilità tra generazioni ma anche tra gli stessi giovanissimi, privi degli strumenti di base del dialogo, l’ipocrisia della società adulta con le sue imposizioni moralistiche e non certo morali.

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Un ulteriore trait d’union con la contemporaneità sta nella scelta registica di un narratore. A lui si deve il parallelismo tra la mancanza di educazione sessuale dell’epoca di Wedekind e di educazione sentimentale di oggi, senza la quale la prima è svuotata di senso. Suo anche il riferimento all’adolescenza come età dell’insorgenza di più della metà delle malattie psichiatriche. Sarà lo stesso narratore, nell’allestimento firmato da Vacis, a prendere per mano Melchior nel finale e a traghettarlo, attraverso il senso di colpa, verso la vita. Questo l’unico bagliore di speranza nella tragedia di fanciulli: il raggiungimento, almeno da parte di uno dei protagonisti, della maturità, nella “consapevolezza di avere solo dubbi”.

Un allestimento giovane di un’opera che pare contemporanea, un andamento vorticoso con dei vertici di pathos elevatissimi e un lavoro di grandissima sincronia e precisione. I PotenzialiEvocatiMultimediali inquietano, coinvolgono in una tragedia che si fa corpo comune, accompagnano attraverso uno svolgersi sempre coerente, che si sviluppa nel presentimento e sfocia nel dramma. Una compagnia che merita di essere conosciuta.

Ingresso 15€.  Tel: 0131.920154 / email: biglietteria@valenzateatro.it / web: www.valenzateatro.it / Facebook e Instagram: Teatro Sociale di Valenza