Violenta rapina nel centro di Acqui: in manette tre persone. Era una missione punitiva

ACQUI TERME – È stata chiamata “Flash” l’operazione dei Carabinieri di Acqui che, a poco più di tre ore di distanza dal fatto, sono riusciti a risalire a tre dei quattro responsabili di una rapina in via San Defendente, nel centro della città termale. I fatti risalgono allo scorso 13 aprile. Intorno alle 23.15 un 25enne marocchino e due italiani di 32 e 19 anni, oggi detenuti nel carcere di Genova Marassi, insieme a una quarta persona, erano entrati nella casa di un 56enne italiano, sfondando la porta e portando via 300 euro, due catenine d’oro e un telefono cellulare, dopo aver ripetutamente minacciato e picchiato l’uomo e mettendogli a soqquadro l’abitazione, per poi fuggire a bordo di un’auto.

Grazie alla preziosa presenza delle telecamere di videosorveglianza e alla testimonianza dei vicini di casa, i militari del comando acquese, diretti dal Maggiore Gabriele Fabian, sono riusciti a risalire alla targa dell’auto, per poi trovare il mezzo nei pressi di una casa nel Comune di Masone, vicino al casello autostradale della A26. I tre hanno cercato di fuggire a piedi ma hanno fatto poca strada. Subito è scattato il fermo, un provvedimento poi convalidato dal GIP di Genova che ha confermato la decisione di lasciare in carcere i tre, vista la molteplicità di indizi a loro carico, la loro pericolosità e il rischio di fuga. Anche il quarto soggetto responsabile della rapina è stato identificato e denunciato. Proprio quest’ultimo era in possesso possesso una delle due catenine d’oro.

I militari sono poi riusciti a risalire alle cause di una azione così violenta: le cinque persone, quindi anche la vittima, avevano tutti dei precedenti penali legati a reati contro il patrimonio e inerenti agli stupefacenti. In altri contesti avevano compiuto attività delittuose insieme. Con il 56enne, però, erano maturati degli screzi e dei dissapori: per questo i quattro avrebbero attuato quella che gli stessi Carabinieri hanno definito una vera e propria “missione punitiva“.

Lo stesso 56enne, nelle prime fasi dell’indagine, si era mostrato reticente nel riferire l’identità di chi aveva fatto irruzione in casa sua.