Una Storia di madri e di figlie. Recensione di “I treni della felicità” ad Asti Teatro 44

ASTI – Asti Teatro, con la direzione artistica di Emiliano Bronzino, ha una vocazione particolare per le nuove produzioni, i debutti e le anteprime nazionali. Questa quarantaquattresima edizione spicca, dopo quella contenuta per ovvie ragioni dello scorso anno, oltre che per qualità, per un ventaglio particolarmente nutrito proprio di prime nazionali, vere perle apprezzate dal pubblico sempre più numeroso. Ieri, 24 giugno, ha debuttato “I treni della felicità” di Laura Sicignano, anche regista, e Alessandra Vannucci, ispirato alle storie raccolte da Giovanni Rinaldi in “C’ero anch’io su quel treno”per le ed. Solferino.

Questa storia nei libri di storia non c’è”. I treni della felicità sono stati quei convogli che, nel primissimo dopoguerra, hanno trasportato migliaia di bambini di famiglie poverissime del sud presso famiglie contadine e operaie del nord e del centro, disponibili ad ospitarli per pura solidarietà. L’iniziativa fu presa dalle donne dell’UDI (Unione Donne Italiane) con quelle del Partito Comunista e fu una vera opera di ricostruzione dell’Italia, in nome dell’accoglienza e dell’accudimento. Sulla scena Fiammetta Bellone, Federica Carruba Toscano, Egle Doria sono loro stesse, nel loro essere donne e nel loro modo di intendere la maternità. Si presentano con il loro nome, stabilendo con il pubblico “il patto implicito che tra noi e voi l’incredulità è sospesa”, diventano le donne che hanno ideato l’impresa, le madri e le bambine. In una scena che cambia continuamente, grazie a vecchi tavoli spostati e capovolti a formare ambienti diversi, si materializzano storie che passano attraverso nomi reali e corpi che soffrono e necessitano di protezione. Il flusso narrativo scorre, incanalato da gesti precisi e da una disposizione geometrica e sempre diversa degli oggetti di scena (tavoli, sedie, mastelli, lenzuola…), che sembra definire la torrenzialità del contenuto. Da un lato, madri costrette a lasciar partire i figli, per miseria o perché incarcerate a seguito di rivolte contadine, dall’altro famiglie, anch’esse contadine o operaie, disposte a sfamare una bocca in più e a regalare affetto. Tra loro le storie dei bambini, una vicenda corale che prende forma nelle singolarità, nei particolari e nel sentire del preciso individuo. Fiammetta Bellone, Federica Carruba Toscano, Egle Doria cambiano voce, parlano dialetti e assumono cadenze diverse, scavano nella memoria e vivificano ricordi collettivi e singoli di una vicenda epocale. Lo fanno con il corpo, con uno spirito sanguigno che sa di istinto atavico e saggezza popolare, con una verità che rende merito alla Storia in maiuscolo. Sono bambine diffidenti, ostili, impaurite e dotate solo di istinto di sopravvivenza, per diventare, un attimo dopo, le stesse invecchiate, protagoniste e testimoni della storia. Ormai anziane ricordano il viaggio, la paura di non essere scelte da nessuna famiglia ospitante, la nostalgia della mamma, la lingua incomprensibile della regione di arrivo (risuona musicale e materna quella dell’Emilia Romagna). Le loro parole e i loro gesti trovano corrispondenza nelle musiche di scena eseguite dal vivo da Edmondo Romano. I suoi strumenti a fiato e a percussione creano un tappeto sonoro che dà il ritmo e la temperatura dei dialoghi, scandisce la continua trasformazione della scena e segna, con un battito luttuoso, l’apice drammatico. Al centro di tutto “la maternità come scelta politica”, incarnata in donne semplici, nel loro stupore e nella loro generosità di fronte a bambini con le scarpe di cartone e una parlata incomprensibile. Le chiacchiere domestiche stemperano i toni, ma la statura morale resta e così il dramma del distacco, la felicità dei nuovi legami nelle famiglie di fatto allargate, la gioia-dolore del ritorno dopo mesi e, a volte, anni. Le protagoniste raccontano di maternità, ma anche di loro stesse, del loro farsi personaggio per poi lasciarlo andare con l’arma dell’ironia. Ciò che resta è la memoria, pulsante come “quel treno di sangue che risale l’Italia” e poi sedimentata nei ricordi di quei bambini invecchiati che non hanno dimenticato. Le foto d’epoca, sul retro di casette di legno, che rappresentano uno dei tanti paesi ospitanti i piccoli, danno un volto a chi ha vissuto tutto ciò e le loro storie sono la Storia d’Italia. Una grande Storia che prende vita grazie a grandi interpreti e ad una regia che ne mette a nudo il valore etico e morale, senza mai cadere nella scontatezza.    Oggi, sabato 25 giugno, Asti teatro 44 prosegue con altre due prime nazionali: alle 20 alla  Casa del Teatro (via Goltieri) “Secret Sacret”  di e con Ugo Giacomazzi e Luca di Giangi e alle ore 21.30 al Teatro Alfieri “Rimbambimenti” di e con Andrea Cosentino. Tutto il programma del Festival, che durerà sino al 3 luglio, su https://astiteatro.it/ e https://www.facebook.com/AstiTeatro

 

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