Memoria e poesia inconsumabile. Recensione di Museo Pasolini ad Asti Teatro 44

ASTI – E’ estate e, tra le tante persone in giro in centro, molti si indirizzano verso i luoghi del Festival Asti Teatro 44, perché in un festival teatrale è così: si vive la città, mentre il teatro stesso la abita e la anima. Ieri, domenica 26 giugno, nel bel cortile di Palazzo del Michelerio, ampio e colmo di pubblico, Ascanio Celestini ha presentato “Museo Pasolini”, da lui scritto in questo centenario della nascita del poeta, e ha tenuto gli spettatori sospesi in una bolla onirica eppure documentatissima per circa due ore e mezza di narrazione fitta e ininterrotta. Il Festival prosegue oggi dalle ore 10 alle 19 a Palazzo Mazzetti  con la replica de La Stanza e, alle ore 21  allo Spazio Kor, con la Prima regionale  de “L’Oreste – Quando i morti uccidono i vivi” di Francesco Niccolini, con Claudio Casadio e la regia di Giuseppe Marini . Il programma di Asti Teatro 44 è consultabile al sito www.astiteatro.it.

E’ un museo verbale, quello evocato da Celestini, che collega fatti, cataloga in ordine cronologico e racconta un periodo dall’anno zero al cinquantaduesimo dell’era fascista (e la linea narrativa è evidente in questa fase mai veramente finita). Tutto inizia il 5 marzo 1922 e termina il 2 novembre 1975, date rispettivamente di nascita e morte di Pier Paolo Pasolini. Celestini è al centro di una scena dominata da una porta (ingresso del museo, ma anche limite della conoscenza dei fatti) e da oggetti geometrici illuminati; inizia così l’introduzione alla visita da parte del “custode, fondatore e guida del museo”. La drammaturgia si basa sull’intreccio di tre piani narrativi che si alternano e tracciano una strada che sembra voler scontare la colpa del ‘900 dell’omicidio del suo più illuminato intellettuale. Al piano del racconto dei momenti della vita del Poeta si alterna quello del periodo della strategia del terrore e delle stragi, la storia occulta d’Italia volta a scongiurare, con i colpi di stato migliori, cioè quelli che non è necessario fare, la vittoria delle sinistre. Un terzo livello narrativo lascia immaginare che il custode del museo abbia conosciuto Pasolini alla fermata di un autobus della Capitale, oppure l’abbia sognato in un sogno collettivo fatto da altri. Nei viaggi in bus con lui sino alle baracche della periferia il custode-protagonista ha “visto Roma attraverso gli occhi del Poeta” e qui si snocciolano, al suono della fisarmonica di Gianluca Casadei, racconti di baraccopoli. Sembra di vedere Sandrone, venditore di merce “non rubata ma caduta dal camion”, ma anche don Piccicola, all’anagrafe Roberto Sardelli, prete degli ultimi, a loro così vicino da trasferirsi in una baracca e trasformarla in una scuola. Celestini è irrefrenabile, la sua ironia è apparentemente leggera, stemperata dalle note di una mazurka, ma poi affonda nelle pieghe più truci dei giochi di potere e delle collusioni con il terrorismo di stampo fascista, che ha determinato le sorti del paese.  In equilibrio tra sogno, miserie, stanze dei bottoni, crea immagini che si vedono nei particolari, come in un film, dove i primi piani lasciano spazio a vedute ampie e, improvvisamente, ad altri contesti. Gli oggetti esposti nel Museo Pasolini appartengono alla memoria. Sono la la prima poesia del Poeta, “bene inconsumabile e inconsumato” e il cimitero di Casarza, memoria familiare dove giace il fratello Guido, partigiano ucciso da altri partigiani, in una guerra che ne conteneva molte. Il custode elenca nei cimeli museali “l’innocenza del partito”, quella ripiegata e riposta dopo il silenzio colpevole del PCI a fronte dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica e la valigetta in similpelle della bomba della strage di Piazza Fontana. “Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”, scrisse Pasolini sul Corriere della Sera appena un anno prima di essere ucciso. E allora il terzo cimelio è il corpo del Poeta, orribilmente massacrato dal colpevole che “è quello che ci guadagna di più”, corpo dileggiato persino dal poliziotto stupito della biancheria ordinaria del defunto, perché “uno come lui me lo immaginavo con le mutandine di seta”. E’ straordinaria la capacità di Celestini di trasmettere, raccontare, guidare lo spettatore in meandri intricati, per poi cambiare registro e mantenere un’ironia elegante, capace di colpire come per caso. Tutti, ma proprio tutti abbiamo fatto un viaggio nel nostro passato recente, senza facili scorciatoie, nel fango delle baraccopoli e in quello ben più putrido dei giochi di potere, alla luce della purezza di pensiero di un Poeta assassinato. Un vertice assoluto per il Festival Asti Teatro.

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