Un martedì ad Asti Teatro 44, tra teatri e centro storico

ASTI – E’ una città-teatro Asti, lo è sempre, perché ai teatri già esistenti si sono aggiunti luoghi che lo sono diventati e perché sembra progettata proprio per accogliere eventi e spettacoli. Così, durante il Festival Asti Teatro 44, capita di passare dallo splendido Teatro Alfieri al Palco 19, ricavato nello spazio dell’ex cinema teatro Politeama, dall’atmosfera elegante e vintage, per vedere spettacoli diversi, ospitati nella stessa sera nel cuore della città. Ieri, 29 giugno, ad Asti Teatro 44 Teatro Filodrammatici Milano ha presentato “Stato interessante” al Teatro Alfieri e la Carrozzeria Orfeo, al Palco 19, “Stupida show”, con Beatrice Schiros.   Oggi, mercoledì 30 giugno, il Festival prosegue con, dalle ore 10 alle 19 a Palazzo Mazzetti, la replica de La Stanza, alle ore 20 allo Spazio Kor, la prima regionale di “Atlante linguistico della Pangea” concept e regia Sotterraneo con Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini e la scrittura di Daniele Villa. Il programma del Festival si può consultare su www.astiteatro.it , www.comune.asti.it

E’ una situazione paradossale, quella in cui si muove “Stato interessante”, un paradigma impossibile che sviscera meccaniche riconoscibili. Due politici, di cui uno al governo (Emanuele Arrigazzi) e l’altro all’opposizione (Tommaso Amadio), si trovano nel bagno trasandato di un’azienda con un alto manager di una lobby (Umberto Terruso), per risolvere l’incredibile gravidanza di quest’ultimo. Il fenomeno inspiegabile richiede una soluzione per ovviare alla destabilizzazione economica e politica che ne potrebbe derivare, ma il lavorare per il bene comune non rientra nelle loro logiche prevaricatrici. Il testo di Bruno Fornasari, che ne cura anche la regia, si fonda su dialoghi pregni di logica dominatrice, su una violenza verbale che sfocia regolarmente in rissa (sulle note di Vivaldi), sulla mancanza totale di capacità di dialogo e conciliazione. Sono uomini abbrutiti, privi di nome (in un passaggio i due politici saranno nominati con le due prime lettere dell’alfabeto, motivo anch’esso di discordia), immersi nella corruzione che “inizia a scuola per fare buona figura…”, perché proprio la scuola insegna le risposte che “sono alla base dell’ordine costituito e di ogni gerarchia”. Potere, denaro, maschilismo che trasuda in battute grevi e, d’altro lato, continue ammonizioni sull’uso del linguaggio, ad accrescere il divario tra apparenza moralistica e reale individualismo menefreghista. Il potere, il rispetto e il timore altrui, la ricchezza sono gli obiettivi semplici e persino ottusi, incapaci di mutare, dei tre protagonisti. Persino l’uomo d’affari, in pieno travaglio, tenta di monetizzare la situazione e di trasformarla in mercanteggiamento. Solo a tratti emergono lampi di nostalgia di purezza (“sono entrato in politica con degli ideali”), di consapevolezza di perdita di umanità, ma sono attimi, fagocitati da una dialettica convulsa, prevenuta, volta all’attacco a prescindere. Non c’è soluzione, la competizione insana non si scioglie neppure nel parto finale, mentre le luci proiettano i colori della bandiera nazionale (dunque una riflessione sulla collettività), sulle note di “non voglio mica la luna”. Un quadro caustico e sinistro, privo di via d’uscita per una pièce che si basa su cinismo, dialoghi fulminanti e un’interpretazione di alto livello dei tre protagonisti. Arrigazzi, Amadio, Terruso, circondati da pareti di piastrelle sporche e consunte, si muovono in modo aggressivo, abbigliati con capi firmati che affermano il loro potere; tra insinuazioni e affondi crudelmente ironici, convincono, mantengono un ritmo serrato e dimostrano un affiatamento tangibile. Insana competizione, individualismo sfrenato, sete di potere e perdita di umanità sono tra i tantissimi spunti, appartenenti alla sfera privata e sociale, che talvolta tuttavia appaiono sospesi, in cerca di uno svolgimento, e forse è questa l’unica mancanza che si sente in una pièce che ha il merito di mostrare, in forma di commedia nera, le possibili derive umane in una situazione di fatto impossibile.

Ancora sull’onda del cinismo si colloca lo spettacolo presentato sempre ieri, 28 giugno, da Carrozzeria Orfeo: “Stupida show- Capitolo1: cattivi pensieri” di Gabriele Di Luca con la splendida Beatrice Schiros diretta dallo stesso Di Luca e da Massimiliano Setti. Inizia come un one-woman show, come un’invettiva di stampo smaccatamente comico nei confronti delle ipocrisie femminili e maschili, della cattiveria imperante che stride con la leziosità dei post sui social. Una carrellata di immagini e di luoghi comuni, che strappano risate continue al tantissimo pubblico del Palco 19, suggeriti dalla vocina interiore “fottiti Schiros, che mi porta a fare cattivi pensieri”. E allora si ride della comicità al vetriolo, che dipinge l’immagine avida ed egoista della società rappresentata dallo sgomitamento ad un buffet, si toccano temi come la non scontatezza del desiderio di maternità, come l’uso del corpo della donna sui social. Ma il punto di vista non è al di sopra delle distorsioni, le osservazioni sono venate di comico livore, di acrimonia nei confronti di chi può vantarsi di gioventù e bellezza. La lucidità della scrittura di Di Luca sta nel mostrare la bruttura partendo dal basso, da chi vi è invischiato. Così la bassezza morale di un sedere femminile su Instagram è ridicolizzata dal commento pueril-poetico stridente del post ed emerge non con una riflessione, ma con la nota stridente dell’invidia feroce. Beatrice Schiros interloquisce con il pubblico, lo coinvolge, parla di mestruazioni, di sesso, di menopausa, di pochezza delle prestazioni maschili, con un registro comico che rivela la sua statura di grande interprete. Tra tanta cinica insofferenza, il desiderio di essere amata, la perdita dei genitori e il bisogno di leggerezza. E qui si svela l’arma dell’ironia, perché “il teatro mi mette al sicuro…la comicità è perdono, ci insegna a perdere con un sorriso”, in un climax che esce dai binari dello show ed entra nel Teatro che mette in scena la vita. Nell’evoluzione dei registri, nella capacità di coinvolgimento, nella comicità dalle tante sfumature che si sublima in apice lirico sta il valore di quello che solo apparentemente è uno spettacolo comico, ma è molto di più, perché è comicità messa al servizio di un’idea e di un testo corrosivo. “Resto qui, ancora stupida, ancora irrisolta” e noi spettatori pure restiamo di fronte al vuoto dei social, ai ruoli che la società ci attribuisce e ai falsi buonismi, magari soli, ma consapevoli che “non è mai troppo tardi per un istante d’amore”. Assolutamente da non perdere, come da non perdere è Asti Teatro 44, che prosegue sino a domenica 3 luglio.

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