La legalità attraverso il bello. Recensione di L’ultima estate. Falcone e Borsellino 30 anni dopo a Il Borgo delle storie

GARBAGNA – “A Palermo si muore quando si resta soli”. E’ con la notizia dell’attentato di Capaci, data da tutti i notiziari in ogni lingua, che inizia “L’ultima estate. Falcone e Borsellino 30 anni dopo” di Claudio Fava, presentato sabato 2 luglio al festival Il Borgo delle Storie, ideato e diretto da Emanuele Arrigazzi e Allegra de Mandato. Il borgo è Garbagna, un paese sospeso nel tempo dove raccontare storie che vivono all’interno dei cortili, sotto gli ippocastani della piazza e in angoli nascosti. Il Festival, giunto alla sua sesta edizione che ha coinvolto anche il comune di Casasco, è nato qui e i suoi tratti distintivi sono il connubio-contrasto tra qualità e palinsesto da grande kermesse e intimità quasi fiabesca. Oggi il festival continua con tanti appuntamenti, tra cui alcuni dedicati ai bambini, il momento letterario con la presenza di Liv Ferracchiati e, alle 22, lo spettacolo Emanuele Arrigazzi plays Ermanno Cavazzoni with The Open Trio, liberamente tratto da Il pensatore solitario di Ermanno Cavazzoni. Tutto il programma su https://radiogold.it/tempo-libero/316382-festival-borgo-delle-storie/

adv-134

“L’ultima estate”, su progetto di Simone Luglio e prodotto da Teatro Metastasio  di Prato in collaborazione con Chinnicchinnacchi Teatro e Collegamenti Festival, è stato rappresentato recentemente alla Corte Europea di Giustizia in Lussemburgo (primo spettacolo ad essere portato in quella sede) e sta girando in tutta Europa. La sua tappa a Il Borgo delle Storie è un fiore all’occhiello del festival e ben si inquadra nel gusto per il teatro sociale della direzione artistica di Arrigazzi- de Mandato. Sulla scena un ambiente di lavoro con scrivania, macchina da scrivere e scaffale con dei faldoni; ai lati due microfoni che, nella regia di Chiara Callegari, amplificano le voci di popolo e le mistificazioni in cui si inseriscono lavoro e vita dei due magistrati, interpretati da Simone Luglio e Giovanni Santangelo. Sono quadri che si susseguono, mentre la contestualizzazione cronologica è segnata dalla data esposta sullo scaffale. Ci sono la stanchezza e l’entusiasmo del periodo della preparazione dell’istruttoria per il maxi processo di Palermo, c’è la solitudine umana e istituzionale (foriera di morte a Palermo) in cui Falcone e Borsellino furono lasciati dopo l’incarcerazione dei vertici di Cosa Nostra. La scrittura di Claudio Fava, presidente commissione antimafia in Sicilia, è precisa e documentata, c’è l’ombra dei servizi segreti fin dal primo attentato sventato a Falcone e c’è una scia di delitti che anticipa le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Soprattutto c’è il clamore mediatico degli slogan contro la mafia che “durò il tempo del processo”, seguito dal colpevole smantellamento del pool antimafia ad opera del successore di Caponnetto, un giudice anziano preferito a Falcone alla nomina di capo della sezione istruttoria. Quello rappresentato è un dramma umano oltre che collettivo, vissuto nel forte legame di amicizia tra i due magistrati. “Un servitore dello stato in terra infidelium”, si definiva Falcone, e l’umanità di entrambi prende vita nei dialoghi, nelle paure, nel contrasto tra l’ottimismo su un cambiamento e la rassegnazione che “gli italiani ci vivono bene con la mafia”. Simone Luglio e Giovanni Santangelo, nei panni rispettivamente di Falcone e Borsellino, danno corpo e voce al senso morale privo di enfasi, all’etica del servizio e alle sfumature caratteriali fatte di vizi, come il fumo e gli innumerevoli caffè. “Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia, ci sono capitato per caso e vi sono rimasto per senso morale”, dice Borsellino/Santangelo, e questo dà la misura dell’etica, che appare ben più umana dell’epica eroica. Quell’etica che non esclude la paura e la consapevolezza di essere il prossimo a morire, che raggiunge il suo climax nel passaggio coreografato, quasi un balletto, di una busta (il loro lavoro di inchiesta, ma anche il loro destino) da Falcone, prima di Capaci, all’amico-collega. In questa umanità si inseriscono gli squarci allegri dei bagni in mare, delle battute scherzose e dell’ironia, quel bianco che drammaturgicamente contrasta con il nero della tragedia per farlo risaltare e che, semplicemente, costituisce la complessità dell’esistenza. Dopo le stragi, la chiusa ritorna ad un flash back cinematografico con i due che, ancora impegnati ed entusiasti, lavorano nella convinzione di cambiare tutto nel nome della legalità. Sono le voci, anzi “il silenzio dei fantasmi”, di fronte alla realtà della trattativa stato-mafia che non fu ritenuta reato.

Uno spettacolo costruito ad arte, con una precisione documentaristica, una ricostruzione a tratti cinematografica e un’interpretazione sobria e profonda come la verità. “La legalità passa anche dal bello”, hanno spiegato Luglio e Santangelo al termine dello spettacolo ai quasi duecento spettatori alzatisi in piedi nel bel Cortile Rovelli ad applaudire, a proposito delle attività del loro Chinnicchinnacchi Teatro (tradotto dal dialetto: che c’entra il teatro qui?). Questo fa “L’ultima estate” e lo fa attraverso un gran bel teatro.

adv-676