Indagine su caporalato nel padovano coinvolge anche Alessandria
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PADOVA – Un’indagine della Guardia di Finanza di Padova, diretta dalla Procura della Repubblica di Padova, ha permesso di smantellare una associazione per delinquere finalizzata al caporalato e allo sfruttamento dei lavoratori con ramificazioni in diverse parti d’Italia, tra cui anche Alessandria. Nei guai è finito un cittadino indiano residente da tempo nel padovano con ramificazioni oltre che ad Alessandria anche Mantova, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Parma, Bologna, Forlì-Cesena, Arezzo, Perugia e Lecce. Nei suoi confronti è scattata la misura cautelare interdittiva che prevede il divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale per un anno. Coinvolti inoltre altri 15 indagati, per lo più indiani.

Gli accertamenti svolti, con la collaborazione dei funzionari dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Padova, hanno consentito di constatare che l’organizzazione si occupava, innanzitutto, del reclutamento della manodopera, che avveniva tra soggetti stranieri in stato di bisogno o necessità presenti sia sul territorio nazionale, sia, soprattutto, nello stato indiano del Rajasthan, dove emissari dell’associazione criminale, nella fattispecie familiari del dominus, attingevano manovalanza dalle fasce più povere della popolazione rurale, prospettando migliori condizioni di vita e lavorative a fronte del pagamento di un’ingente somma da versare con un anticipo già in madrepatria e il resto mensilmente e poi una volta intrapresa l’attività lavorativa in Italia.

Guardia Finanza operazione contro caporalatoAppena giunti sul territorio nazionale, i lavoratori ottenevano quindi un regolare permesso di soggiorno grazie all’immediata assunzione presso cooperative fornitrici di forza-lavoro per la gestione di magazzini della grande distribuzione, siti principalmente nel nord Italia, ma anche in Toscana, Umbria e Puglia.
I lavoratori, infatti, erano sottoposti alla pressante vigilanza dell’organizzazione, che collocava in ogni cooperativa un fidato complice con il compito di spegnere, con la minaccia e talvolta con l’uso della forza, ogni tentativo di protesta o ribellione, controllando anche la fruizione di ferie o permessi, nonché disincentivando l’eventuale adesione a organizzazioni sindacali.
Il clima di costante intimidazione era alimentato anche dal timore di possibili ritorsioni sui familiari rimasti in India.
La soggezione delle vittime si manifestava anche fuori dai luoghi di lavoro. I lavoratori infatti, già gravati dalla necessità di mantenere le famiglie d’origine, erano costretti a restituire le ingenti somme dovute per l’ingresso e l’ottenimento dell’impiego in Italia, nonché obbligati a dimorare nelle abitazioni nella disponibilità degli organizzatori del sodalizio criminale, spesso in situazioni alloggiative degradanti, per essere sottoposti a un controllo stringente fino al pieno soddisfacimento della pretesa economica.

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Il consistente profitto dell’organizzazione, pertanto, era assicurato dal denaro contante prelevato direttamente dai conti correnti dei lavoratori sfruttati, di cui la consorteria poteva disporre autonomamente, nonché dal rimborso forzoso delle spese di vitto e alloggio che rendevano, di fatto, indissolubile il legame tra il lavoratore sfruttato e gli indagati, un rapporto di schiavitù che quindi proseguiva anche dopo l’estinzione del debito iniziale. Questo profitto veniva in parte trasferito in India e in parte utilizzato per l’acquisto di ulteriori abitazioni da destinare a dimora obbligata dei lavoratori, in modo da alimentare e accrescere il sistema di sfruttamento della manodopera.
Secondo le indagini delle Fiamme Gialle le vittime del caporalato, nel territorio padovano, avrebbe coinvolto circa 100 persone.

Al termine delle indagini, su richiesta della Procura della Repubblica di Padova, il competente G.I.P. ha emesso un provvedimento di interdizione dall’esercizio dell’attività imprenditoriale nei confronti del promotore dell’associazione, disponendo il sequestro di 3 immobili siti nella provincia di Padova, utilizzati per ospitare i lavoratori reclutati, nonché di ulteriori beni e disponibilità finanziarie, per un valore complessivo di oltre 750
mila euro.