Lo scontro e la sua alternativa. Recensione di Antigone al Teatro Sociale di Valenza

VALENZA – Antigone nei secoli ha rappresentato tanti principi e si è caricata di tanti significati. La primaria legge morale contro la legge dell’uomo, la ribellione come unica forma di salvezza sono solo alcune delle chiavi di lettura della tragedia di Sofocle, ma sempre emerge la figura femminile che lotta e viene oppressa. Il Teatro Sociale ha scelto, ieri 25 novembre, di mettere in scena in anteprima nazionale l’Antigone dei PEM (Potenziali Evocati Multimediali), la compagnia stabile del teatro valenzano, diretti da Gabriele Vacis, per celebrare la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. La serata è stata parte di una serie di iniziative cittadine e partner del Sociale, sempre sostenuto dall’amministrazione comunale, sono state l’associazione me.dea centro antiviolenza e Novacoop, storicamente sensibile a istanze sociali. Ogni anno, è stato ricordato ad inizio serata , duecento nuove donne si aggiungono a quelle già aiutate da me.dea, un numero enorme che annovera vittime di violenza non solo fisica, ma anche psicologica. E’ la stessa violenza, 2500 anni fa come oggi, che appare in Antigone, nella forma esasperata della tragedia che porta il conflitto tra lei, portatrice di un principio morale e donna ribelle, e Creonte, uomo-re che detta la sua legge. L’allestimento della compagnia PEM è corale e fluido, riunisce in sé l’antefatto dell’Antigone sofoclea, ovvero Le fenicie di Euripide, e la narrazione, in forma di lectio, dello stesso Vacis. E’ un effetto di continuità in un mosaico di quadri e riflessioni, dove i tanti interpreti si alternano negli stessi ruoli e dove l’azione avviene, si ferma e viene scandagliata nei suoi significati. Antigone sfida la morte decidendo, contro la legge di Creonte, di seppellire il fratello Polinice, ucciso fuori dalle mura di Tebe mentre combatteva contro la sua stessa città. La premessa di tutto ciò è contenuta ne Le fenicie, dove Euripide mette in scena il conflitto tra i gemelli Polinice e Eteocle. Destinati a governare Tebe un anno ciascuno, i due scatenano una guerra dopo la decisione di Eteocle di non cedere a sua volta il trono. Solo Eteocle, per ordine del nuovo re Creonte, potrà avere sepoltura; Polinice, morto combattendo contro la città, non avrà questo onore e qui inizia l”Antigone”.

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Non sarà una donna a comandare”. Nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne questa frase rimane impressa e rappresenta la capacità del mito di adattarsi alle epoche e di essere esemplare. Ma Antigone è tanti conflitti, perché “ad Atene 2500 anni fa si costruiva la democrazia e il teatro insegnava il rispetto delle leggi”, spiega Vacis, mentre i giovani attori passano da un ruolo all’altro su sua indicazione e, come in una prova generale, in una scena nuda e priva di quinte, diventano interpreti e allievi. Si entra con loro nella tragedia, si ascolta il coro dei vecchi nel testo di Sofocle e quello delle giovani ne Le fenicie di Euripide, poi, subito, si ascoltano riflessioni che svelano altri aspetti. E’ sorprendente notare meccanismi mentali che tornano oggi come nel V secolo a.c. Come allora chi raggiunge il potere immagina complotti volti a scardinarlo e, come allora, il confronto dialettico non è altro che la premessa di uno scontro, dinamica evidente nei vari talk. Solo il coro delle ragazze tebane nel testo euripideo suggerisce, dice Vacis, una modalità alternativa alla dialettica maschile. Le giovani si interrogano su come tutto è cominciato, raccontano, pregano, cantano. Nella narrazione e nella comprensione femminile le parti possono convergere e la risoluzione della violenza dialettica può passare attraverso il superamento dello scontro maschile. E’ antica e nuova questa Antigone dei PEM, ha l’atavica sostanza del mito che esemplifica e la freschezza di attori che fanno proprio un testo, lo filtrano attraverso la loro sensibilità e la loro giovinezza. I personaggi sono agiti da più interpreti, senza differenza di genere e con soluzione di continuità, mentre ognuno regala una sfumatura in più. Il quadro d’insieme è profondo, scivola con la continuità naturale della gestualità dei bravi protagonisti e inquieta, perché gli spunti sono tanti e non ci sono soluzioni. Rimangono la narrazione e l’ascolto, una modalità femminile in questo giorno che si vorrebbe servisse come monito.