ALESSANDRIA – Da giorni ci si interroga sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Lo fanno gli stessi inglesi ma lo fanno ancor di più gli italiani che lì vivono, studiano e lavorano. Tra di loro anche molti alessandrini e Radio Gold ha provato a raggiungerne qualcuno per avere un parere su quanto accaduto.

Uno di loro è Andrea Pirrone, 21 anni, cameriere a Londra, esterrefatto per l’esito del referendum: “la cosa che mi ha lasciato ancora più sbalordito è stato sentire la gente, giovedì mattina. Se chiedevi ‘how are you mate?’ loro ti rispondevano ‘happy of course’... Credo sia l’inizio della fine. Ma da un lato auguro loro di aver fatto tutti i calcoli giusti. Per quanto riguarda gli stranieri invece c’è molta confusione la gente continua a chiedersi ‘e ora? Dobbiamo andarcene? Possiamo restare? Come torno in Uk se vado in holidays?’. Credo si cominci a sentire una strana aria di malinconia e di disagio. È come se si sentisse una differenza tra inglesi e stranieri, cosa che London non ci aveva mai fatto notare prima d’ora.”

Non era un risultato scontato, ma sicuramente non è stato un risultato imprevisto” ha commentato Michele Filippo Fontefrancesco, antropologo dell’Università di Durham e sindaco di Lu. “Quel mare di blu, con l’unico scoglio arancione del “si rimanga” espresso dalla comunità della contea di Durham, ci racconta della realtà dell’Inghilterra: una realtà sempre più difficile da un punto di vista sociale, molto squilibrata. La fine dell’industria pesante, un’economia sempre più incapace a dare lavoro a milioni di figli e nipoti della working class, l’inasprirsi del gap sociale tra “ricchi” e “poveri” ha creato i presupposti perché attecchisse tra i più esposti ai venti della precarizzazione e della competitività della Comunità Europea come l’unica causa dei problemi del presente: una dinamica che viviamo anche noi in Italia. Forze e esponenti della galassia politica britannica hanno soffiato su queste braci, crescendo il fuoco del rifiuto delle Europa. Nel nord-est inglese dove per tanti anni ho vissuto, una delle aree più povere e sperequate del Paese, l’onda anti-europea ha generato movimenti di protesta xenofobi, come l’English Defence League, ha rafforzato partiti, quali l’UK Indipendence Party, e frange ed esponenti politici del mondo conservatore che si sono fatti interpreti del malcontento. La marea blu ci dice di una società in crisi e ha svelato all’Europa che ancora era assuefatta dal mito di un Regno Unito tutto florido e tutto bello, di un’altra Inghilterra. Sottolineo, altra Inghilterra, e non altro Regno Unito, perché il voto irlandese e quello scozzese ci parla di altre realtà, altre storie, di un Regno Unito che può sempre più facilmente sfaldarsi. Ora è necessario pensare e affrontare le conseguenze. Non sono chiare ad oggi. Cameron era riuscito a contrattare delle condizioni per la continuazione dell’adesione molto permissive per il Regno Unito. Di fronte all’abbandono c’è da capire cosa vorranno fare a Bruxelles, se permettere un’uscita morbida e graduale oppure opteranno di intervenire con durezza e estrema celerità per fare dell’uscita del Regno Unito un “esempio” per gli altri stati che potrebbero essere interessati a uscire, dalla Grecia, all’Italia, ai Paesi dell’est. Di fronte a tutta questa incertezza, anche nel mondo universitario, quella florida industria che sarà fortissimamente colpita da questa decisione popolare, si invita alla calma e alla prudenza, all’attesa. Sicuramente il voto di giovedì impone al resto dell’Europa di ripensare la struttura della Comunità. Si può tornare indietro o far sì che quest’episodio possa essere un fondamentale momento di crescita verso una reale federazione di stati. Molto sta ai governi, moltissimo sta ai cittadini nel sapere andare oltre al “No” e indicare le principali linee di sviluppo del nostro domani.

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