Cronaca - Alessandria

Valentina Petrillo, prima atleta transgender paralimpica, racconta la sua corsa contro i pregiudizi

ALESSANDRIA – È stato definito un libro generoso. Nelle oltre 300 pagine di Più veloce del tempo”, Valentina Petrillo, prima atleta italiana transgender a gareggiare nelle competizioni femminili paralimpiche, si è raccontata “a cuore aperto”. Nel libro, scritto con Claudio Arrigoni e Ilaria Leccardi ed edito dalla casa editrice “Capovolte” di Alessandria, l’atleta ha ripercorso la sua vita, senza nascondersi e senza sottrarsi a eventuali critiche. Valentina Petrillo “non è una scrittrice” e quando ha deciso di mettere nero su bianco il suo percorso di affermazione di genere e di affermazione sportiva l’ha fatto solo “per sé stessa” ma con l’ambizione, ammette, di ispirare gli altri: “Se ce l’ho fatta io – ha spiegato – possono farcela tutti”.

Oggi Valentina si dice “felice e realizzata nello sport”, ma il suo viaggio è cominciato in salita. Letteralmente. Lo ha raccontato lei stessa all’inizio dell’incontro nella serra della Ristorazione Sociale di Alessandria organizzato da Tessere Le Identità, insieme alla Casa Editrice Capovolte di Alessandria e alla Cooperativa Coompany, per celebrare il TDOV, la giornata internazionale della visibilità trans.

Valentina ha iniziato a correre lungo una salita vicino alla casa della sua infanzia, nel quartiere San Carlo all’Arena di Napoli. Da bambina correva su e giù per allenarsi, ma anche per sfuggire a una realtà difficile. In quel quartiere sentiva spesso ripetere che “era meglio essere camorrista che femminiello”. Lei, che già a sei anni sapeva di essere nata in un corpo che non la rappresentava, scelse allora di nascondere Valentina. Confusa e spaventata da quello che sentiva di essere, da adolescente ha dovuto affrontare un’altra ripida salita. La malattia di Stargardt non aveva ancora un nome quando fu diagnostica a Valentina ma lei, a soli 14 anni, seppe che quella patologia che colpisce la retina l’avrebbe resa ipovedente.

Valentina Petrillo è sempre stata sportiva e appassionata di sport. Si è innamorata dell’atletica a soli 7 anni guardando in televisione la vittoria del velocista Pietro Mennea alle Olimpiadi di Mosca. “Il primo amore” è stato però per il calcio e per il Napoli. Una delle ultime nitide immagini che Valentina ricorda di aver visto con i suoi occhi è stata quella di Maradona allo stadio che trascinava la sua squadra verso la vittoria del primo scudetto. La malattia l’ha costretta ad accantonare il sogno di diventare un portiere di calcio ma lo sport, e poi soprattutto l’atletica, sono state la “via d’uscita e la sua salvezza”.  Sulla pista Valentina Petrillo ha trovato “le motivazioni” e “le risposte“. Anche per chi la critica per aver gareggiato nelle categorie femminili: “Rispetto chi ha questa opinione, ma io sono un’atleta e mi attengo agli studi medici e scientifici. Si parte sempre dal presupposto che essere uomo dia automaticamente un vantaggio nelle prestazioni sportive, ma non ci sono evidenze scientifiche. In natura esiste un vantaggio biologico, ma questo è diverso da un vantaggio sportivo. Altrimenti, qualunque uomo sarebbe sempre più forte di qualsiasi donna. Ma non è così. Essere un’atleta transgender non garantisce la vittoria. Io, ad esempio, alle Paralimpiadi non ho vinto nulla”.

Valentina è tornata da Parigi senza medaglie, ma la sua partecipazione resta per lei “una grandissima vittoria”. Oggi vive appieno la propria identità, senza temere più il giudizio degli altri. E ha scelto di raccontare la sua storia per contribuire a smantellare “i pregiudizi”: “Vivo quotidianamente quelli legati al mio essere transgender e disabile. Ma sono convinta che la diversità debba essere uno stimolo per apprezzare le nostre unicità”.

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