Autore Redazione
sabato
29 Novembre 2025
12:22
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Tempo Libero - Alessandria

Una storia che non scompare. Recensione di “Ecce femina” al Teatro San Francesco

Non poteva iniziare meglio la Stagione OFF del Comune di ALessandria con PdV. Un'esplosione di applausi per la prima del monologo di Luca ZIlovich interpretato da Federico Fauro
Una storia che non scompare. Recensione di “Ecce femina” al Teatro San Francesco

ALESSANDRIA – “Ci riprenderemo la capacità di raccontare storie”. E’ questo il manifesto programmatico di “Ecce femina”, scritto e diretto da Luce Zilovich e interpretato dal giovane e notevole Federico Fauro. Il monologo, presentato ieri 29 novembre presso il Teatro San Francesco, ha aperto, tra lunghissimi applausi, la Stagione OFF del Comune di Alessandria con Piemonte dal Vivo e Costruire Insieme.

La sostanza del testo è densa di leggenda, contemporaneità e teatro popolare. E’, nelle intenzioni, una giullarata che parla di un’epoca remota per alludere all’oggi, che sfrutta la risata e la menzogna per sconfiggere la menzogna stessa. E’ una storia che non è scomparsa e che, “non ha cambiato il mondo perché è vera, ma perché cambia noi mentre la ascoltiamo”.

La leggenda è quella della papessa Giovanna, figura fantasiosa collocata nell’alto medio Evo, la cui presenza nella tradizione orale venne legittimata per iscritto solo nel XIII secolo da monaci appartenenti agli ordini mendicanti. La fake news medievale venne utilizzata nei secoli da sostenitori o da detrattori del papato, fu sostenuta da presunte prove e dalla convinzione della sua damnatio memoriae, fattore imprescindibile di ogni complotto.

La liaison con le fake del nostro tempo rimanda al presunto complotto Pizzagate del 2016 con epicentro appunto in una pizzeria. L’incredibile fandonia della setta di pedofili satanisti legati ad ambienti democratici statunitensi provocò un tentativo di attentato, il cui succoso racconto apre lo spettacolo. Zilovich non è nuovo all’indagine sulle narrazioni false e faziose, già nel precedente “Manuale illustrato di giornalismo” aveva trattato l’argomento ispirandosi a Wu Ming e a Umberto Eco, ma qui la menzogna prende il carattere del teatro popolare, fatto di fisicità, di parlate dialettali e di grammelot.

Due archi acuti polilobati intagliati in quinte di legno (la scenografia è di Sergio Zilovich) rimandano al tempo delle cattedrali, un gioco geometrico di luci delimita e sfonda lo spazio, mentre Fauro, moderno giullare, si muove un’epoca chimerica attraverso sette personaggi/fiere parlanti. Le loro sono narrazioni tanto bestiali quanto insinuanti e convincenti. Vanno a toccare l’istinto, la repulsione e la paura, tutto ciò che risveglia la bassezza e che fa di una fandonia una verità negata cui credere contro ogni evidenza. Così Zilovich si appropria della leggenda di Giovanna, ripresa nel 1200 per reprimere moti eretici, e la utilizza, come tante volte è successo nei secoli. Federico Fauro introduce e si moltiplica in sette entità bestiali, entrando nei loro corpi e passando attraverso cadenze diverse, grammelot e latino maccheronico, con una padronanza che rivela una versatilità attoriale sorprendente, coltivata nello studio del Teatro Fisico, della Commedia dell’Arte e di molto altro.

Così Fauro/papa Innocenzo III, primo a definirsi vicario di Cristo, entra cantando, si esprime in latino maccheronico e, in piena apoteosi di sé stesso, commina scomuniche e parla a tu per tu con Dio. Si ride e si continua a ridere di fronte all’idra tricefala dei tre monaci intellettuali (e si moltiplicano le cadenze linguistiche, dall’aristocratico british al tedesco al romagnolo tinto di latinorum) creatori della leggenda di Giovanna. Qui si innesca un crescendo decisamente ilare di particolari scabrosi e di ludibrio malamente celato.

Secondo la tradizione la papessa venne scoperta a causa del suo parto in pubblico durante una processione, da cui l’evidenza “Ecce historia, ecce mendacium, ecce femina” presente anche in Boccaccio. Di lui Fauro legge con furore passi del “De mulieribus claris” per poi dare voce, in romanesco, ad un popolano testimone del fatto, a spudorati clerici vagantes, di fronte ai quali Giovanna si trasfigura in uomo, e ad uno sfortunato cardinale incaricato di verificare al tatto la virilità del papa. Infine, al giullare che “ha il cuore che batte all’unisono con la menzogna e crea un mondo”, irridendo e svergognando il potere.

E’ questo il riscatto dal complottismo, perché soltanto ridendo si trova salvezza dalla menzogna e dalle fake di ogni tempo. “Ecce femina” è uno spettacolo ottimamente interpretato, denso, intriso di quell’intelligenza che non trasuda mai accademia, ma scende dal palco per divertire, far ridere alle lacrime, abbracciare temi, epoche e protagonisti diversi senza mai perdere l’aderenza allo scopo del suo autore. E’ un piccolo miracolo che intende celebrarne uno più grande, ovvero la storia della Papessa, che non è svanita, ma ha brillato attraverso i secoli e ha deciso di rimanere con la sua irrealtà, che “se può far paura al potere, vale più di mille realtà“.

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