Cronaca - Alessandria

Violenza tra i giovani, Grenna (Istituto Eco): “Il problema non è intercettare il coltello, ma la perdita del rispetto per l’altro”

ALESSANDRIA – “Per molti ragazzi, avere una lama nello zaino è diventato normale e persino glamour, come un tempo lo era avere la sigaretta in tasca”. Così Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta tra i massimi esperti italiani dell’età adolescenziale, ha descritto al Fatto Quotidiano quello che definisce il vuoto etico che sta “normalizzando” l’uso dei coltelli tra i giovani.

Gli episodi più recenti – dall’omicidio in un istituto superiore di La Spezia ad altre aggressioni avvenute davanti o fuori dalle scuole di città italiane – delineano, secondo Pellai, un fenomeno senza precedenti negli ultimi quarant’anni. Una preoccupazione condivisa anche da Roberto Grenna, dirigente dell’Istituto Eco di Alessandria, che osserva da anni, e quotidianamente, il comportamento degli adolescenti.

Non sono uno studioso del fenomeno – premette – ma vedendo i ragazzi che transitano nelle scuole che dirigo, un po’ di preoccupazione ce l’ho“. Secondo Grenna, la radice del problema va cercata nel cambiamento profondo della società: “Viviamo in una realtà sempre più basata sull’apparenza e sulla prevaricazione. Chi urla più forte spesso vince, anche se non ha ragione. Questo messaggio passa attraverso i social, i reel, internet, e si riflette nei rapporti tra i ragazzi.

Un tempo, sottolinea il dirigente, si aveva più rispetto degli altri e della scuola: “Io ho 53 anni e frequento le scuole da 47. Ricordo qualche rissa a mani nude, questo sì, ma coltelli sinceramente no. Oggi qualcosa è degenerato: è cambiato proprio il modo di intendere l’altra persona. Se non sei funzionale a me, o ti sposti o ti tolgo di mezzo“.

Di fronte a gravi episodi di violenza che coinvolgono giovani, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una stretta e controlli con metal detector nelle scuole, anche a sorpresa. Su richiesta dei presidi, e d’intesa con i prefetti, si potranno attivare controlli all’ingresso degli istituti, nel rispetto dell’autonomia scolastica. Ma Grenna è scettico sull’uso dei metal detector:In una scuola con 1.450 studenti, mentre entrano gli ultimi i primi hanno già finito sei ore di lezione. Pensiamo ai tempi degli aeroporti: è impensabile. Esistono segnalatori meno sofisticati, ma costano moltissimo e rischiano di suonare per qualsiasi oggetto“.

Ma soprattutto, avverte, il rischio è spostare il problema senza risolverlo: “Non è intercettando il coltello a scuola che risolviamo la questione. Se non lo porti a scuola, lo porti al parco il pomeriggio. Il punto è non uscire di casa con un’arma in tasca”.

Per Grenna la vera risposta è una sola: la cultura del rispetto. Nasce in famiglia, non a scuola. A scuola può essere rafforzata, ma l’educazione si costruisce negli ambienti quotidiani dei ragazzi. Noi dirigenti e insegnanti abbiamo strumenti limitatissimi: il massimo è la sospensione, oggi spesso convertita in attività educative. Ma non abbiamo potestà genitoriale”.

A complicare tutto, aggiunge, è il rapporto sempre più conflittuale con le famiglie: “Per una sospensione legata all’uso del cellulare ci siamo ritrovati con un avvocato, nonostante il regolamento fosse chiarissimo. Se insegniamo ai ragazzi che le regole si possono sempre aggirare, non andiamo da nessuna parte“.

Infine, uno sguardo più ampio sulla società e sul linguaggio pubblico: I toni della politica negli ultimi vent’anni sono diventati più distruttivi che costruttivi. Questo non crea il problema, ma lo sdogana. I ragazzi imparano da noi adulti, da quello che vedono in giro e in rete“. Il covid, conclude Grenna, ha accelerato fragilità già presenti, ma non può essere l’unico alibi: “Se qualcosa non funzionava, probabilmente non funzionava già prima. È solo emerso più velocemente”.

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