9 Febbraio 2026
07:17
Leggermente verso il nulla. Recensione di “Don Giovanni” al Teatro Alessandrino
ALESSANDRIA – Don Giovanni è più di un personaggio, attraversa le epoche e abita l’immaginario collettivo, è il mito della seduzione fine a sé stessa. Lo si può leggere in senso morale, come antitesi ad ogni legge umana e divina, o in senso libertino, persino giocoso e gaudente, ma sempre rappresenta la rapacità della conquista e il nulla che la segue. Il “Don Giovanni” adattato e diretto da Arturo Cirillo, che interpreta anche la parte del protagonista, abbraccia la complessità del seduttore archetipico e lo fa osando una contaminazione insolita tra prosa, versi e musica. Lo spettacolo è stato presentato ieri 8 febbraio al Teatro Alessandrino, nell’ambito della Stagione di Prosa del Comune di Alessandria con Piemonte dal Vivo e Costruire Insieme, e ha brillato, classico in un cartellone prevalentemente di classici, per originalità.
L’adattamento di Cirillo comprende parti del testo di Molière alternate ad altre tratte dal libretto di Da Ponte per l’opera di Mozart, con un passaggio repentino dalla prosa ai versi scanditi sulla musica originale. Non esattamente un recitativo da opera lirica, ma una recitazione musicale, con tanto di voci all’unisono, scambi ritmati e, talvolta, accenni cantati. In una scena neoclassica e un po’ metafisica (di Dario Gessati), dominata da una scalinata che porta ad una balconata ornata da due statue, l’incipit attinge al libretto di Da Ponte, con il duello danzato e mortifero di Don Giovanni con il Commendatore (padre della sedotta Donn’Anna) sulle note di Mozart. Confluisce poi nel dialogo molièriano con il servo Sganarello (un Giacomo Vigentini ottimo nel ruolo del servitore diviso tra ossequio e disprezzo) sulla seduzione come ragione di vita.
Le variazioni di registro sono improvvise: le argomentazioni filosofiche e i dialoghi gustosamente comici (come quello di Don Giovanni con il creditore Quaresima/Rosario Giglio, anche nelle parti del Commendatore e del padre del protagonista) si alternano a duetti, terzetti e cori. Il recitato in versi segue una partitura musicale al limite con il canto, mentre la gestualità appare più morbida ed enfatica, anch’essa gonfiata dalle ripetizioni in rima. E’ così che Sganarello, con tutta la levità del ritmo metrico di Da Ponte, enumera l’elenco di conquiste del suo padrone (“donne d’ogni forma e d’ogni età”) ad una disperata Donna Elvira/ Giulia Trippetta, teatralmente riversa sulla scalinata. Il tono operistico tocca il suo culmine nel quartetto tra Donna Elvira, Don Giovanni, Donn’Anna (Irene Ciani, anche nella parte della contadinella Zerlina) e Don Ottavio (Francesco Petruzzelli, anche interprete del contadino Masetto), con le voci che si rincorrono e si sovrappongono, in una prova singolare e ben riuscita.
Ci sono tante anime nel “Don Giovanni” di Arturo Cirillo e tutte coesistono in una coerenza di fondo, in un fluire delle parole e dei gesti nella musica, grazie ad un’interpretazione eccellente di tutto il cast. Si percepisce leggerezza, le stesse variazioni di stile e di registro si avvertono come passi di danza, eppure, sempre leggermente, si segue, con il protagonista, un percorso verso il nulla. Un nulla che si avverte anche nella comicità dell’adescamento di Zerlina, promessa sposa di Masetto, che ha il retrosapore del potere del denaro e della posizione sociale.
La sfida della pura seduzione diventa nichilismo e Don Giovanni va incontro al suo destino, ovvero alla dannazione. “Non vi è che il puro nulla”, dice il romantico Don Giovanni di Lenau, e sulla scena rimane solo Sganarello, il cui pensiero va alla paga svanita con il suo padrone.