Autore Redazione
venerdì
20 Febbraio 2026
05:30
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Cronaca - Tortona

Revocata concessione al Comune di Tortona della villa confiscata alla mafia. Libera chiede “una risposta civica”

Revocata concessione al Comune di Tortona della villa confiscata alla mafia. Libera chiede “una risposta civica”

TORTONA – La villa confiscata alla criminalità organizzata nella frazione di Torre Calderai non sarà più affidata al Comune di Tortona. L’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) ha disposto la revoca dell’assegnazione dell’immobile, che dal 2022 era nella disponibilità dell’ente locale. Una decisione che i referenti provinciali di Libera, Andrea Vignoli e Fabio Lenti, accolgono con “rammarico” ma che non faticano a comprendere: “Lasciare in abbandono un immobile confiscato alle mafie è, in estrema sintesi, un’ammissione di resa da parte dello Stato e un regalo alle mafie stesse“.

Il bene, infatti, in questi quattro anni non è stato oggetto di un progetto di riutilizzo sociale e il disappunto di Libera è ancora più forte perché la revoca arriva a pochi giorni dal trentennale della legge 109 del 7 marzo 1996, una delle norme simbolo dell’antimafia italiana. Quella legge introdusse un principio rivoluzionario: “I beni confiscati alle organizzazioni criminali devono essere restituiti alla collettività attraverso il loro riutilizzo sociale”.

La legge 109 nacque proprio da una mobilitazione della società civile: nel 1995 Libera promosse una raccolta firme che superò il milione di adesioni, chiedendo al Parlamento di introdurre il riutilizzo sociale dei beni confiscati. In un Paese ancora segnato dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, quella mobilitazione rappresentò un passaggio decisivo: la lotta alla mafia non poteva essere soltanto giudiziaria, ma doveva diventare “culturale e collettiva”.

Ora la villa tornerà disponibile attraverso il portale unico delle destinazioni dell’Anbsc. Libera auspica che possa finalmente nascere un progetto capace di coinvolgere le numerose associazioni attive sul territorio, realtà che – spiegano dal coordinamento – “sono in grado di immaginare un utilizzo adeguato di una struttura con quelle caratteristiche“.

Sappiamo bene – precisano i referenti provinciali di Libera – che un ente locale può trovarsi in difficoltà nel gestire un bene confiscato, dovendo far fronte a molte incombenze già pressanti e a una normativa complessa. Per questo abbiamo spesso organizzato incontri, aperti anche alle pubbliche amministrazioni, su questo tema. L’ultimo si è svolto solo una settimana fa, presso la sede di Cultura e Sviluppo ad Alessandria, con la partecipazione dei rappresentanti dell’Agenzia e di Avviso Pubblico, la rete di enti locali impegnati nel contrasto alle infiltrazioni mafiose. Anche nel 2023, presso il complesso monumentale di Santa Croce, abbiamo organizzato un importante convegno, in collaborazione con l’Agenzia, rivolto specificamente ai Comuni e ai tecnici per approfondire le modalità di riutilizzo dei beni confiscati.

Questo ci consente di affermare che da parte dell’Agenzia è sempre emersa una forte volontà di collaborazione con gli enti locali, ma non possono essere dimenticati gli obblighi previsti dalla legge: un bene confiscato non può diventare un bene dimenticato. Nella nostra provincia, purtroppo, i beni confiscati alla criminalità organizzata aumentano ogni anno, a dimostrazione – se ancora ce ne fosse bisogno – che il fenomeno mafioso è radicato anche sul nostro territorio. Attualmente si contano circa 100 particelle catastali confiscate alle mafie nella provincia.
La prima, vent’anni fa, fu quella che oggi è conosciuta come Cascina Saetta. Quando venne assegnata, era un piccolo appezzamento di terreno coperto di macerie, e Bosco Marengo fu il primo Comune della provincia ad affrontare, da pioniere, questo problema. Oggi Cascina Saetta è un luogo di formazione e animazione sociale, che ogni anno ospita centinaia di giovani provenienti da tutta Italia, diventando uno dei campi di formazione e lavoro più partecipati a livello nazionale. L’esperienza di Cascina Saetta dimostra che, se ci sono idee, volontà e partecipazione, anche un bene insignificante può trasformarsi in un simbolo concreto della vittoria dello Stato sulla mafia.

 

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