Cronaca - Alessandria

Missili anche su Dubai: “L’Iran manda un messaggio chiaro colpendo la bolla di sicurezza del Golfo”

ALESSANDRIA – Le immagini che arrivano in queste ore da Dubai sono “davvero molto sconcertanti” per Giovanni Prati, alessandrino di Castellazzo Bormida, che negli Emirati Arabi Uniti ha vissuto sei anni. Tre li ha trascorsi proprio a Dubai, dove ha lavorato come giornalista per Bloomberg e Cnn, raccontando da vicino una realtà che oggi fatica lui stesso a riconoscere.

Ho girato tutte le capitali che oggi vediamo sotto i missili dell’Iran – racconta –Il Medio Oriente è sempre stato caratterizzato da un equilibrio molto labile, più volte violato e messo in discussione, ma conoscendo bene Dubai e l’area emiratina, mai avrei pensato di assistere a immagini come queste.

Dubai, spiega Prati, non è soltanto la città del lusso e della ricchezza. “È un polo globale dell’imprenditoria, un centro che attrae talenti e giovani da tutto il mondo. È un Paese aperto al business che ha fondato il proprio successo sulla sicurezza“. Una sicurezza percepita come assoluta: “Si può camminare in strada a qualsiasi ora del giorno e della notte senza che accada nulla. C’è un’attenzione fortissima alla salute e al benessere dei cittadini“.

Un modello costruito anche sulla sua dimensione internazionale. “Circa l’85% dei residenti sono expat, non emiratini. Parliamo di una città globale, globalizzata, che vive grazie alla presenza di professionisti stranieri“. Proprio per questo, secondo Prati, colpire Dubai rappresenta un segnale preciso. “Attaccare questa “bolla” di benessere è un messaggio chiaro da parte dell’Iran: nessuno è al sicuro in Medio Oriente. Possiamo colpire ovunque, da Tel Aviv fino a Dubai, e destabilizzare l’intera regione“.

Il timore ora è quello di un’escalation. “Sarà fondamentale capire quale sarà la risposta del regime iraniano nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Se messo alle strette, se obbligato a spingere la propria difesa fino all’estremo, il rischio è che si allarghi il conflitto, colpendo i centri nevralgici e le grandi città dell’area“.

Non solo Emirati. “Doha in Qatar, Manama in Bahrein, Riyad in Arabia Saudita sono città in forte crescita, che non hanno più soltanto una dimensione regionale. Pensiamo ad Abu Dhabi, diventata centro diplomatico anche per i negoziati di pace tra Ucraina e Russia“.

È vero, osserva Prati, che nell’area sono presenti numerose basi statunitensi – a Doha, ad Abu Dhabi, in Bahrein – e che alcune possano essere obiettivi strategici. “Ma colpire in modo indiscriminato città che non hanno un ruolo diretto sul piano militare è un modo per dire che l’intera regione può essere trascinata in una spirale di escalation e pericolo“.

Un messaggio che scuote uno dei simboli della stabilità del Golfo e che, conclude Prati, cambia radicalmente la percezione di sicurezza in un’area che aveva costruito la propria forza proprio sull’idea di essere al riparo dalle grandi tempeste del Medio Oriente.

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