Autore Redazione
sabato
7 Marzo 2026
14:00
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Cronaca - Alessandria - Piemonte

La Piazza delle Tre Storie: i misteri nascosti nel cuore di Alessandria

“Piemonte da scoprire” è una rubrica a cura di Paolo Ponga
La Piazza delle Tre Storie: i misteri nascosti nel cuore di Alessandria

ALESSANDRIA – Siete certi di conoscere tutto di Alessandria e del suo particolare centro storico? Se così fosse, non può esservi sfuggita la Piazza delle Tre Storie. Se invece non ne siete totalmente sicuri, questa volta vi portiamo a conoscere dei misteri del passato che magari avete avuto diverse volte sotto gli occhi senza saperlo.

Nel pieno centro di Alessandria si trova una piazza pedonale stranamente poco frequentata dai suoi abitanti, probabilmente perché al di fuori del circuito dello shopping cittadino. È piazza Giovanni XXIII, aperta su tre lati e chiusa dal Conservatorio e dal Duomo, un enorme edificio neoclassico costruito nella prima metà dell’Ottocento, in seguito alla demolizione della vecchia cattedrale decisa da Napoleone nel 1803. A parte la grande mole della moderna chiesa, vale la pena visitare la piazza per un altro motivo noto a ben pochi alessandrini. Quelli che ne sono a conoscenza la chiamano con un altro nome: Piazza delle Tre Storie.

La prima delle tre storie riguarda una statua incastonata nella parete del Duomo dove fa angolo con via Parma, l’unica percorribile con un mezzo a motore. Si tratta di un personaggio che faceva parte dell’antica cattedrale, probabilmente scolpito da un autore lombardo a cavallo fra XII e XIII secolo, rappresentante Atlante che regge il globo terrestre. Per gli antichi alessandrini era invece la raffigurazione dell’eroe Gagliaudo Aulari che regge una formaggetta lodigiana. Delle sue gesta leggendarie in molti avevano perso memoria, ma nei secoli divenne la maschera carnevalesca locale e questa statua fu salvata dagli abitanti durante l’abbattimento della vecchia chiesa. D’altronde si trattava del protettore di Alessandria.

Nel 1174 la città era stremata dall’assedio dell’imperatore Federico Barbarossa: niente più cibo né speranza, solo la resa poteva forse salvare le vite dei suoi abitanti. Mentre i maggiorenti cittadini discutevano sul da farsi, Gagliaudo, pastore e produttore di formaggio, ebbe un’idea: trovata una mucca, le diede da mangiare tutte le granaglie e i viveri ancora presenti in città, poi la portò a pascolare fuori dalle mura. I soldati dell’imperatore lo catturarono e uccisero la vacca, trovando però il suo stomaco strapieno di cibo. Convocato al suo cospetto, Gagliaudo raccontò al Barbarossa che gli alessandrini avevano cibo in abbondanza ancora per molti mesi; questi, riscontrata l’inutilità di proseguire con l’assedio, se ne andò con tutte le truppe, chiamandola in senso dispregiativo Città della Paglia, appellativo che mantiene tuttora. Alessandria e i suoi abitanti erano però miracolosamente salvi.

La storia fu poi ripresa da Umberto Eco nel romanzo Baudolino. Se lo osservate attentamente, il globo terrestre schiacciato sembra in effetti una forma di grana padano.

La seconda storia si trova nell’angolo nord della piazza ed è rappresentata da un rilievo lapideo sopravvissuto al portico del campanile dell’antica cattedrale, scolpito a metà del XIII secolo. Il bassorilievo raffigura un essere umano di piccole dimensioni che cavalca uno strano animale. La spiegazione del mistero sta nella dedica incisa sottostante, scritta in latino.

La scultura rappresenta una lupa sulla quale cavalca un bambino, e fa seguito a uno dei miracoli di San Francesco. Il Santo, in viaggio verso la Francia nel 1210, era transitato da Alessandria, quando questa era ancora una piccola cittadina circondata da boschi abitati da bestie feroci. La leggenda narra che in uno di questi vivesse una lupa che aveva messo al mondo una grossa cucciolata. San Francesco, a cui gli abitanti chiesero aiuto, pregò affinché la bestia divenisse mansueta e il giorno successivo avvenne il miracolo. Un contadino si accorse che il figlio stava giocando con il grosso animale, talmente tranquillo da permettergli di cavalcarlo. Gli alessandrini esultarono e decisero di adottare la famiglia di lupi, sfamandola con i soldi delle tasse.

 

L’ultima delle tre storie è rappresentata da una colonna di granito con in cima un crocifisso metallico protetto da una struttura a baldacchino, in posizione centrale nella piazza. La colonna proviene dall’antica chiesa di San Siro, abbattuta all’inizio dell’Ottocento per motivi militari.

Una epigrafe ricordava la predicazione di San Vincenzo Ferreri, alla presenza di un giovanissimo San Bernardino da Siena. L’altra narrava del trasferimento della colonna dalla chiesa dedicata a San Siro, secondo la tradizione discepolo di San Pietro e protagonista del miracolo dei cinque pani e due pesci, prima di diventare vescovo e missionario nella Pianura Padana.

Conoscevate ognuna di queste storie? Se la risposta fosse negativa, vi rimandiamo al prossimo articolo, con altri misteri piemontesi da svelare.

 

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