28 Marzo 2026
10:42
“La foresta incantata” e feroce degli Stregatti. La recensione
ALESSANDRIA – Flash dissonanti, continua destabilizzazione e comicità amara. “La foresta incantata” della Compagnia Stregatti è tutto questo ed è puro disincanto circa i rapporti umani, la competitività, la scorrettezza e il contesto lavorativo del mondo dello spettacolo. E’ soprattutto una commedia nera, scritta da Giusy Barone e diretta da Gianluca Ghnò, dalla forte comicità caustica e dal taglio registico fulminante.
Lo spettacolo è stato presentato ieri, 27 marzo, al Teatro San Francesco di Alessandria, sold out già da giorni, nell’ambito della Stagione OFF del cartellone della Stagione di Prosa del Comune di Alessandria con Piemonte dal Vivo, in collaborazione con ASM Costruire Insieme e Alexala.
Il testo gioca sull’ambiguità del teatro nel teatro, mettendo in scena una compagnia di attori infagottati in costumi da animali, che recitano in uno show per bambini, presentato dal vivo e trasmesso in TV. I protagonisti sono ingabbiati in una logica commerciale che ha stravolto uno spettacolo dal titolo “La foresta incantata”, risalente agli albori della carriera di alcuni di loro, rendendolo vuoto e sciocco, privo dell’iniziale valore allegorico.
Giusy Barone, Assunta Floris, Simona Gandini, Federico Bocchio, Daniele Saliceti, Mauro Gatti, Elena Gollini, Daniele Gambera, Amedeo Zanotto danno vita ad una situazione claustrofobica di alienazione, persi nei loro personaggi di ex artisti ormai privi di aspirazioni artistiche. Tutti sono incattiviti, ma ognuno ha un suo dramma personale, che impedisce qualunque solidarietà reciproca. Alcuni sono veterani del gruppo e da decenni si identificano con le loro maschere, altri sono più giovani, ma altrettanto animalizzati. Non hanno più nomi: sono la Gatta, la Cagnolina, la Riccia, il Leone, la Zebra…e, agli ordini della voce fuori campo di un regista dittatoriale, cantano canzoncine melense, ballano, si fingono gioiosi e amorevoli, per sbranarsi come in una giungla un attimo dopo.
C’è la frustrazione rabbiosa di chi ha interpretato Madre Courage di Brecth e ora deve travestirsi da caffettiera (la spregiudicata e perfida Gatta di Barone), ci sono la resa all’alcol (spassosa, ma, riflettendo, tragica, la Riccia di Floris), il rancore celato per anni in procinto di esplodere (un crescendo, quello della cagnolina di Gandini). Ci sono poi le carriere più brevi, ma già naufragate degli altri attori/animali più giovani, ognuno con il suo cumulo di umiliazione e di cattiveria sedimentata. C’è infine una Coniglietta (Gollini), timida, angariata e ingannata, che, apparentemente, pare immune all’incattivimento generale, appunto pare.
Il taglio registico gioca sui cambi di registro improvvisi, sull’attimo di finzione di fronte al pubblico contrapposto alla disinibizione del dietro le quinte, sui momenti di immobilità inquietante. Tutto succede improvvisamente, determinato dalle leggi dell’audience e del profitto, senza il minimo contenuto. L’effetto è destabilizzante e comico di una comicità crudele, che lascia il posto, a tratti, ad una ferinità primitiva. Il crescendo ha un culmine feroce, un’implosione che incendia (metaforicamente) la foresta, mentre “gli animali scappano, ma il fuoco è più veloce”. Alla fine, dopo la comunicazione vuota, l’aggressività o la blandizie di facciata, dopo quella che sembra essere la morte del Teatro, azzittito dal puro intrattenimento, resta il silenzio. Così, dopo un tunnel di ironia al vetriolo, rimane una sensazione di inquietudine, perché questo è il valore aggiunto del Teatro.