11 Aprile 2026
07:30
Dipingere un sogno. Recensione di “Cuarnaiàss” al Teatro San Francesco
ALESSANDRIA – Un dipinto che prende forma con una pennellata dopo l’altra. Così appare “Cuarnaiàss”, di Antonio Catalano, che ne ha curato anche la regia insieme al protagonista Giorgio Boccassi della Coltelleria Einstein, con la collaborazione artistica di Donata Boggio Sola. Il monologo ha concluso in bellezza e in poesia, ieri 10 aprile presso il Teatro San Francesco, il cartellone OFF della Stagione di Prosa del Comune di Alessandria con Piemonte dal Vivo in collaborazione con Costruire Insieme e Alexala.
La poetica di Catalano crea immagini che si vedono, anzi, si percepiscono con tutti i sensi, e “Cuarnaiàss” ne è una sequenza incantata. La storia è quella di una vita raccontata alla luce di un passione di sempre, quella dell’osservazione degli uccelli, del desiderio di entrare in contatto con loro e con la meraviglia del volo. Giovanni, il protagonista, è un uomo anziano che non può rinunciare al sonnellino dopo pranzo, ma il suo pensiero va oltre la finestra che gli sta di fronte. Ritorna alla sua infanzia, per poi perdere il filo del racconto e riprenderlo con un registro di ironia bonaria che fa sorridere.
Lo stupore infantile non viene meno con gli acciacchi senili e Giovanni/Boccassi pare un bambino incantato dalle evoluzioni degli storni in cielo, ma anche un giovane innamorato. La capacità di evocare momenti è tale da riaccendere un desiderio confidato tanti anni prima in un album di disegni di uccelli: quello di scalare una montagna per vedere un’aquila nel suo nido. L’ispirazione, come in ogni trama magica, è accesa da qualcosa di improvviso, ovvero l’apparizione di una cornacchia invecchiata con il protagonista (la cuarnaiàss del titolo), eppure ancora capace di librarsi in volo.
Giovanni scalerà la montagna, nonostante l’età e i reumatismi, e il suo percorso in salita sarà un viaggio nel tempo e nell’immaginifico. Viene da pensare ad un viaggio di formazione, seppure nell’autunno della vita, con incontri fantastici da cui distillare saggezza atavica. Nel “freddo di neve” le voci degli spiriti della montagna, udite dal matto del paese, paiono presenti e assolute. Dicono di “andare nel bosco e curarsi con il silenzio”, ma anche che “dobbiamo coltivare il pensiero matto che non parla alla ragione”. Ed è questo pensiero matto che spinge Giovanni alla sfida per esaudire il suo desiderio di sempre.
Boccassi scala una montagna, appoggia il suo corpo su rocce che si modellano sotto i suoi gesti, ritma i suoi movimenti al suono di comandi ripetuti (“slancio poltrona, slancio letto, afferra, spingi…”). Parla con sé stesso sdoppiandosi in un ego motivante, con al fianco la cornacchia di sempre, e in un altro stanco e abbattuto. Raggiungerà meta e sogno in un momento dilatato nel tempo, che si trasforma in danza che tutto comprende. Sono la musica e la voce profonda di Coen che scandiscono nel finale i gesti che ripercorrono la narrazione: la bellezza del volo, l’amore per gli uccelli, la presenza costante della cornacchia, l’aquila finalmente raggiunta.
Dunque un quadro che parte da un abbozzo e poi prende forma e colore. “Cuarnaiàss” inizia con uno spiraglio di giovinezza aperto dal ricordo e genera uno slancio di passione che intenerisce e affascina. Il registro muta con la gestualità: prima contenuta e senile, poi dinoccolata seppur dolorante, in un continuo conflitto tra volontà e fragilità. Giovanni/Boccassi sembra alla fine volare e tutto si conclude in quel cerchio perfetto che è la vita di chi ha inseguito il suo sogno.