Cronaca - Alessandria

Idee in Fuga: “Il carcere deve essere recupero, quanto successo a San Michele non ci fermerà”

ALESSANDRIA – L’Italia è stato il primo Paese al mondo ad aver abolito la pena di morte. Lo fece il granducato di Toscana, aderendo alle teorie illuministe di Cesare Beccaria scritte nel saggio “Dei delitti e delle pene”. Da allora però il percorso lungimirante legato al mondo della detenzione sembra aver rallentato pesantemente. Il carcere, che costituzionalmente dovrebbe perseguire il reale recupero del detenuto, solo in minima parte svolge questo ruolo. Ad Alessandria la cooperativa Idee in Fuga è un esempio positivo e brillante di questo ruolo ma i vari progetti di inserimento nella società dei detenuti si scontrano con l’ormai noto cambio di paradigma all’interno del carcere di San Michele. Qui saranno custodite le persone in regime di 41bis (carcere di massima sicurezza) con altissime restrizioni che hanno di fatto interrotto le attività inizialmente svolte in quella struttura. Idee in Fuga però non si arrende, hanno spiegato Carmine Falanga e Andrea Ferrari della cooperativa, che si sta riposizionando per continuare a dare “profondità” alle persone del carcere che sta seguendo. “Alcuni di loro quando cominciano a lavorare perdono l’orizzonte fisico, rimangono disorientati nella vita e nel quotidiano, abituati come sono a vedere le pareti delle celle o la cinta muraria della struttura – spiegano – ma poi il lavoro in cooperativa diventa una salvezza, li gratifica e restituisce una speranza“. Restituire una possibilità significa “evitare che chi è entrato in carcere e abbia pagato la sua pena, torni a delinquere e in più aiuta la comunità, come sta succedendo con un nostro ragazzo che oggi tiene pulita la piazza del Don Soria, ricevendo l’affetto di tanti cittadini“. “Si dice che le carceri sono lo specchio di un Paese e se in Italia ci sono 60 detenuti suicidi all’anno allora abbiamo un problema serio – concludono Carmine Falanga e Andrea Ferrari”.

La storia di Idee in Fuga è necessaria perché i numeri dell’osservatorio di Antigone, pubblicati martedì 19 maggio 2026 sono preoccupanti“L’aumento delle presenze non dipende da un aumento della criminalità – racconta il rapporto di Antigone ‘Tutto chiuso’ sulle condizioni di detenzione. I reati in Italia restano sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%. Calano anche gli ingressi in carcere e continua a diminuire il ricorso alla custodia cautelare, che oggi riguarda il 24,1% delle persone detenute. A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena“.

Ma soprattutto il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte“, si legge. “È la dimostrazione di un sistema che non reinserisce e, di conseguenza, produce solo più insicurezza. Del resto i dati sulle attività che sarebbero fondamentali per i percorsi di reinserimento spiegano bene il perché di questa recidiva, con investimenti largamente insufficienti: solo il 29,3% delle persone detenute lavora – spiegano da Antigone – l’85,6% di queste lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; solo il 4,9% lavora per soggetti esterni; appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università. A tutto questo si aggiunge un segnale estremamente preoccupante: per la prima volta rallenta, e in alcuni casi arretra, il sistema delle misure alternative alla detenzione. Dal carcere si esce sempre meno. Si viene murati vivi. Le prese in carico degli Uepe per l’affidamento in prova ai servizi sociali, la misura alternativa più diffusa, sono state nel 2025 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. Lo stesso accade per la detenzione domiciliare, i cui nuovi casi sono passati da 14.247 nel 2024 a 13.519 nel 2025. Si tratta di un’inversione di tendenza particolarmente allarmante: mentre il carcere continua a riempirsi, gli strumenti che potrebbero alleggerire la pressione sugli istituti e favorire percorsi più efficaci di reinserimento vengono utilizzati sempre meno. Eppure, alla fine del 2025, ben 24.348 persone detenute avevano un residuo pena inferiore ai tre anni e avrebbero potuto potenzialmente accedere a una misura alternativa. Tra queste, 7.790 persone avevano addirittura meno di un anno di pena residua da scontare”.

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