Autore Redazione
giovedì
12 Maggio 2016
23:15
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Eventi - Alessandria

Il Viaggio e l’uomo. Recensione di “Vergine Madre” al Teatro Comunale

Il Viaggio e l’uomo. Recensione di “Vergine Madre” al Teatro Comunale

ALESSANDRIA – Il Viaggio, quello x antonomasia, per poter vedere le stelle, attraverso parole di grande peso e importanza.

Vergine Madre” è il monologo che Lucilla Giagnoni ha presentato alla Sala Ferrero del  Teatro Comunale giovedì 12 maggio, terzo e ultimo spettacolo del circuito Piemonte dal Vivo, con la direzione artistica della Compagnia Stregatti.

Scritto e diretto, oltre che interpretato, dalla stessa Giagnoni, all’indomani dei fatti dell’11 settembre, è nato da una serie di domande che hanno segnato un percorso teatrale sfociato nella Trilogia della Spiritualità (con Big Bang e Apocalisse) e continuerà con il prossimo lavoro il cui titolo sarà: “Furiosamente” (“perché la mente umana è furiosa”, dice l’autrice).

“Vergine Madre” è un iter umano, spirituale e personale. Nella narrazione i canti di Dante si intrecciano alla storia dell’uomo, all’idea dell’inferno e a quella del sublime, a ricordi d’infanzia (la nonna che cantava a memoria brani della Commedia, patrimonio comune così tramandato) e a riferimenti letterari.

Sei i canti di Dante cantati (perché non si può usare il termine recitazione, sarebbe riduttivo) dalla protagonista, in un cammino in salita, dove prima bisogna scendere per capire e trovare la propria umanità. Il primo canto dell’inferno, quello di Francesca, di Ulisse, di Ugolino e, in paradiso, quello di Piccarda e infine della Vergine Madre sono tappe umane, rappresentate da personaggi archetipici di vizi e virtù esemplari. Il confine tra il bene e il male è facilmente valicabile e genera paradiso o inferno.  Solo nella Vergine Madre gli opposti coincidono e si genera la perfetta armonia che l’uomo può inseguire.

La parola e il suo significato ricorrono in continuazione, quando si tratta dei versi danteschi, ma anche  quando  i personaggi della Commedia vengono raccontati, non spiegati con parafrasi, ma calati in un contesto di figure familiari. La donna (Francesca) è amore che può degenerare, l’uomo (Ulisse) è simbolo del progresso che può nobilitare ma anche distruggere, Il padre (Ugolino) tradisce i propri figli come ogni generazione che ruba il futuro ai giovani,  la bambina (Piccarda) gioisce di una santità che manca della maturità data dalla vita.

Per tutti la voce della protagonista è differente, come le luci e la musica (di Paolo Pizzimenti) , che cresce con l’enfasi del dolore o della gioia. Le parole dei dannati sono faticose e pesanti come pietre nei versi trecenteschi ostici, ma talmente musicali e interpretati con tanta intensità, da essere drammaticamente comprensibili. Il passaggio dal volto contorto e dalla voce roca di Ugolino alla gioia radiosa di Piccarda è sorprendente per bravura e trasporta in mondi differenti come in una reale ascesi corale.

Lo spettacolo è splendido, denso, ricco di contenuti che si intersecano e riportano ad un presente che si nutre di passato, solleva domande e inchioda alla sedia, a tratti anche divertendo, perché nel viaggio anche l’ironia ha la sua parte.

Dall’inferno si può uscire, il modo è “cercare in mezzo all’inferno ciò che non è inferno e farlo durare, e dargli spazio” (Calvino ne “Le città invisibili”) e quando ciò è detto con assoluta convinzione e senza alcuna retorica, appare nella sua luminosità.

Alla fine dello spettacolo Lucilla Giagnoni ha condiviso con il pubblico la speranza che questo sia un seme da cui possa germogliare il futuro della prossima stagione teatrale, nel riaperto Teatro Comunale.

Nicoletta Cavanna

 

 

 

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