Autore Redazione
martedì
10 Febbraio 2026
06:47
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Cronaca - Pavia

Dossier Mal’Aria 2026: Pavia tra le città più inquinate

Dossier Mal’Aria 2026: Pavia tra le città più inquinate

PAVIA – Pavia è tra le città più inquinate in provincia di Pavia. Il dato emerge dal dossier Mal’Aria 2026 di Legambiente che analizza la qualità dell’aria in Italia. La città pavese si colloca al dodicesimo posto per concentrazioni medie annue di polveri fini Pm10, pari a 28 microgrammi per metro cubo con con una riduzione necessaria del 28% entro il 2030. La situazione però peggiora ancora per le concentrazioni di Pm 2.5, pari a 20 microgrammi per metro cubo, un dato che colloca Pavia al quarto peggior posto in Italia per una riduzione necessaria del 50%. 

Come rileva Legambiente in Lombardia mentre un tempo le massime criticità si esprimevano nelle città e negli aggregati urbani, specie in quelli di maggiori dimensioni, a oggi la geografia dell’inquinamento è cambiata. Il fenomeno della ruralizzazione dell’inquinamento si è andato progressivamente palesando anche in Lombardia, la regione che da sempre esibisce i maggiori livelli di emissioni atmosferiche a causa della estrema concentrazione di popolazione, attività e infrastrutture stradali.
Nei dati di consuntivo 2025, la palma delle località più inquinata da PM10, almeno tra quelle dotate di centraline di misurazione, se l’è aggiudicata non Milano o Brescia, ma Soresina (CR): cittadina con meno di diecimila abitanti, immersa nella pianura agricola cremonese, nota come importante centro di lavorazione e trasformazione del latte. Nonostante questa sua localizzazione rurale, distante da grandi arterie autostradali o aggregati urbani, la concentrazione media di PM10 a Soresina sovrasta, di quasi 10 μg/mc, quella misurata nella città di Milano, posizionandosi poco sotto la soglia massima consentita dalla vigente normativa UE, e segnalando ben sessantasette giorni di superamento della soglia di esposizione acuta.
Se si guarda alle centraline dei centri urbani che la circondano in un più ampio areale – da Cassano d’Adda (MI) a Crema (CR) e Cremona, fino a Lodi e Codogno (LO) si vede come quella che potrebbe apparire come una ‘anomalia’ riflette invece un dato di fondo che può agevolmente essere interpretato in funzione delle emissioni di un precursore delle polveri sottili, l’ammoniaca. Essa a sua volta si distribuisce nel territorio in funzione dell’intensità delle attività di allevamento che, in questa parte della Lombardia, è ai livelli più alti d’Italia (e tra i più alti d’Europa). Questa situazione può essere pacificamente riconosciuta anche in tutta la Bassa Pianura tra i fiumi Oglio e Mincio, nelle province di Brescia e Mantova, sebbene non vi siano localizzate centraline di
monitoraggio del sistema ARPA: nella pianura lombarda, infatti, si concentrano sia la metà di tutta la produzione di latte, sia la metà di tutto il patrimonio suinicolo nazionale.

Altre criticità emergono in modo più puntiforme o localizzato. È il caso di Rezzato (BS), comune della periferia bresciana verso il lago di Garda. Qui le analisi di ARPA indicano che le altissime
concentrazioni di PM misurate di frequente (ben 69 giornate di superamento della soglia) derivano da polveri minerali, provenienti dalle cave del distretto del marmo che, oltre a Rezzato, include anche Botticino e altri comuni posti ai piedi dell’altopiano calcareo che separa la pianura dalle Prealpi. Altra e forse più preoccupante criticità è quella che si rileva a Meda (MB), cittadina posta nel cuore della Brianza del mobile. In questo caso i valori insolitamente alti, anche per un contesto interessato da grandi arterie di traffico, sono probabilmente da ricondurre alle attività economiche del distretto, in cui appare diffusa la combustione di scarti legnosi, consuetudine resa più critica dal fatto che in gran parte dei casi si tratta di legni trattati o laccati, dunque con sostanze che, rilasciate in atmosfera, possono rappresentare un ulteriore fattore di rischio sanitario e ambientale.
Mano a mano che si procederà, auspicabilmente con maggiore incisività rispetto al passato, alla rimozione delle tradizionali fonti emissive, sarà sempre più agevole far emergere, rispetto al “rumore di fondo”, le situazioni territoriali che richiedono di agire su fonti puntuali con interventi più mirati e chirurgici. Un po’ diverso e più complesso è il tema dell’allevamento intensivo: qui occorrono interventi di ristrutturazione di intere filiere agroalimentari, caposaldi della DOP economy nazionale – si pensi al Grana Padano o al Prosciutto di Parma – la cui redditività deve essere
evidentemente tutelata, ma non a scapito della sostenibilità ambientale, come avviene ora: si tratta di filiere il cui successo indiscusso sta portando a livelli crescenti di standardizzazione e industrializzazione, con largo ricorso all’importazione di materie prime estere che, alla lunga, non è detto che paghi per consolidare la reputazione di “prodotti del territorio”.

Di sicuro non giova alla struttura socioeconomica del territorio rurale, in cui avvengono processi sempre più accelerati di concentrazione delle mandrie in pochi, giganteschi allevamenti industriali. A ciò corrisponde una estrema mortalità di piccole e medie aziende agricole (solo in Lombardia ogni giorno chiudono due allevamenti), e una crescente sensibilità alla volatilità delle quotazioni delle materie prime. Contrastare questa deriva ad alta insostenibilità sia socioeconomica che ambientale dovrebbe essere la preoccupazione prioritaria delle politiche dell’agroalimentare
italiano, che però preferiscono lasciare campo libero ai grandi operatori della parte industriale della filiera, salvo correre in soccorso degli agricoltori quando i tracolli di mercato mettono le aziende agricole sul lastrico. La cattiva qualità dell’aria nella food valley padana è dunque fedele specchio di un agroalimentare italiano che punta alle buone rendite del presente, anziché a mettere in sicurezza il proprio futuro.

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