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Mentre a Valenza i cittadini si danno da fare per tentare di rilanciare il commercio tradizionale e restituire brandelli di speranza a una città avvilita dalla crisi, giovedì ha aperto un altro complesso di una nota catena. L’apertura, alla periferia Est di Valenza, era prevista da tempo, ma sempre da tempo ormai si discute anche delle vie principali della città, costellate di locali vuoti e sarcinesche abbassate. Il commercio classico è in agonia ed è quindi comprensibile il forte disappunto della Confesercenti provinciale, avvilita dall’ennesimo attacco riservato al settore: “siamo molto contrari a queste aperture – ha chiarito subito Sergio Guglielmero, presidente provinciale di Confesercenti. Siamo stati contrari fin da quando è iniziato questo iter all’ultimo insediamento (inaugurato giovedì sulla tratta Valenza-Pontecurone ndr). Naturalmente c’è sempre uno scaricabarile in questi casi tra gli enti, ma è bene riconoscere che senza la volontà politica del Comune e del suo piano regolatore queste aperture non ci sarebbero. Questo vale per una serie di amministrazioni perché questo processo ha un cammino che ultimamente è stato accelerato. Da parte delle amministrazioni comunali, credo, c’è una grande irresponsabilità infatti questi insediamenti producono solo la chiusura dei negozi tradizionali. Sono aziende che vengono da fuori, hanno le loro centrali operative in altri luoghi e contribuiscono certamente a impoverire il territorio e a far chiudere i negozi valenzani. L’iter è iniziato parecchio tempo fa ed è chiaro che la responsabilità è da attribuire alle amministrazioni comunali. Nel momento in cui prevedono nel piano regolatore queste aperture allora è inevitabile che avvengano. Era sufficiente decidere che, al posto di insediamenti di quel tipo, sorgessero altre cose. Che la legge regionale lo possa prevedere va benissimo ma il Comune può mettere in atto gli strumenti utili e necessari per impedirlo.”

Intanto passeggiando per il centro di Valenza il dato evidente è che il commercio cittadino si sta spegnendo: “è il famoso discorso della desertificazione. Non solo legata alla chiusura dei negozi, normalmente tenuti da persone del posto. Questi centri commerciali hanno centri organizzativi fuori territorio, propongono prodotti in arrivo dai posti più diversi del mondo e quindi non fatti da aziende o da realtà della provincia. La conseguenza è palese: un impoverimento del territorio enorme. Queste strutture assorbono le risorse del territorio e poi le investono altrove e impoveriscono noi. E’ un errore madornale delle amministrazioni. Noi, in questa provincia, abbiamo una overdose di centri di grande distribuzione. Peraltro la presenza massiccia non produce concorrenza e abbassamento di prezzi: l’offerta può aumentare quanto si vuole ma il consumo rimane costante. Aumentando l’offerta si incrementano i costi fissi e quindi anche i prezzi.”

Sergio Guglielmero infine si sbilancia sulle motivazioni che inducono queste grandi strutture a investire su un territorio già al collasso: “arrivano peché sono strutture capaci di compensare le situazioni differenti che si possono verificare a seconda delle aree su cui insistono. Si tratta di realtà con 100 punti vendita e quindi con un certo guadagno. Perciò hanno interesse a investire su territori in cui non sono presenti. Inoltre più punti vendita ci sono più gli sconti all’atto dell’acquisto della merce all’ingrosso, sono elevati. I loro interessi li fanno bene. Poi occorrerebbe anche capire veramente tutti i flussi che queste grandi catene hanno”.

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Il rischio allora è che per vedere Corso Garibaldi animato si dovrà ricorrere a una vecchia cartolina (foto)?

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