Goldoni non è mai stato più moderno. Recensione de “Gl’innamorati Underground” al Teatro Comunale
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ALESSANDRIA – “Un amore più violento, più speciale di tutti gli altri”

Il prologo introduce la follia dell’amore che non conosce ragione ne “Gl’innamorati Underground”, presentato  dal Mulino di Amleto, nella sala Ferrero del Teatro Comunale di Alessandria, giovedì 5 maggio, primo spettacolo di prosa dalla riapertura del teatro al pubblico.

Nella penombra un banchetto conviviale si trasforma al ralenti in rissa, laddove i colpi e le espressioni esasperate hanno un registro grottesco e pazzo.

Il tema è proprio la mutevolezza emotiva, che si esprime dall’inizio alla fine nelle forme più accentuate e nelle liti più accese. I due innamorati del titolo sono Eugenia e Fulgenzio, entrambi nella migliore delle situazioni per vivere e coronare la loro storia, eppure incapaci di contenere l’esubero passionale e possessivo, causa di fraintendimenti e crisi.

Il mondo intorno a loro è rappresentato da una stanza che si intuisce spoglia, a causa della decadenza economica di Fabrizio, zio di Eugenia e della di lei sorella Flaminia, mentre il collegamento con l’esterno è una porta, dalla quale i protagonisti entrano ed escono per andarsi a sedere, sempre presenti e visibili, ai lati della scena.

Il taglio registico di Marco Lorenzi (anche in scena nella parte del servo Ettore) gioca sul contrasto e sulla perfetta modulazione di elementi classici e moderni, sino ad annullarne la differenza, rendendo verosimile e viva la commistione. Gli abiti settecenteschi (di Gaia Moltedo) creano un’ambientazione tradizionale che si stempera nei pochi oggetti utilizzati (una borsa frigo in vece di un canestro, una valigia – televisore con l’audio di una partita, le sedie di plastica), in un continuo bilanciamento tra antico e contemporaneo. Questo è il filo di tutta la commedia  e ridà vita all’autentico spirito goldoniano, che parla in modo diretto e suscita un’ilarità dirompente, come deve essere per ciò che appare folle. Il classico prevale nella lingua, quella originale, preservata con meticolosità filologica e splendida sulle labbra di protagonisti giovani e tanto bravi da farla amare come il mezzo espressivo più efficace per esprimere intemperanze, ironia o avventatezza. Il moderno sta nel ritmo, nell’irruenza delle liti, nei giochi di luce che isolano i dialoghi e focalizzano l’attenzione su momenti che si succedono, nelle musiche (originali di Davide Arneodo) che sottolineano, talvolta in modo metallico, la tensione irosa. Estremamente divertenti  l’inizio e il finale al ralenti, motivo che ricorre e che dona un surplus di comicità ad una storia che fa scaturire il riso senza forzature, come senza forzature appaiono le frasi eleganti e preziose di Goldoni.

Splendida l’interpretazione in generale. Barbara Mazzi è un’Eugenia imprevedibile e debordante,  credibile nei suoi eccessi passionali con Fulgenzio  (il bravo Raffaele Musella) per poi crollare sotto il peso di azioni che minano la sua fragilità emotiva. I suoi scoppi di collera  sono preceduti da espressioni che anticipano il peggio, sottolineate e prevenute da Roberta Calia, una Flamminia esilarante che  regala dei momenti di genuina ilarità. Fabrizio (Andrea Fazzari) rappresenta  la mancanza di avvedutezza e di praticità, risolta in chiave comica e derisoria circa il voler apparire senza più essere. Perfetti nella parte del conte Roberto (pretendente di Eugenia) Fabio Bisogni e Marco Lorenzi in quella di  Ettore, trait d’union che valorizza le caratteristiche di  tutti i personaggi e accentua il clima comico.

Uno spettacolo di grande freschezza, un cast bravissimo e un Goldoni interpretato con grande rispetto e, al contempo, in modo assolutamente moderno e godibile.

Una compagnia da ricordare e seguire, il Mulino di Amleto.

Nicoletta Cavanna