Il Mediterraneo che divide e accomuna. Recensione di “Human” al Teatro Sociale di Valenza
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VALENZA – Il mare è un imbuto che tutto inghiotte, è un luogo di fuga e transizione, abitato dal mito e dal presente.

La stagione del Teatro Sociale di Valenza è iniziata nel migliore dei modi, con un grande riscontro di pubblico per il primo spettacolo in cartellone: “Human” di e con Lella Costa e Marco Baliani, accompagnati sulla scena da quattro giovani talentosi attori (David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu) e dalle musiche originali  di Paolo Fresu.

“Human” parla di mito, di confine tra umano e disumano, di opinioni stereotipate e di realtà scandalosamente dolorose, di fronte alle quali ogni male pare ridimensionato. Una scena rossa e nera (a cura di Antonio Marras), su un fondale costellato di abiti che paiono galleggiare su un mare che restituisce pezzi di vita inanimati, dà il senso del dramma. Lo stesso contrasto cromatico è ripetuto negli abiti dei protagonisti e accompagna sino alla fine, come l’accostamento di due diversità stridenti e accomunate forzatamente. La migrazione è il grande tema affrontato, spinoso perché legato all’oggi e difficile da trattare senza cadere nella documentazione giornalistica o nel racconto retorico.

Il mito legato al Mediterraneo è il tratto poetico che accompagna una lunga narrazione fatta di immagini, storie che prendono vita, leggende ataviche che narrano che l’amore vince la diversità e l’appartenenza a popoli diversi. Tutto prende inizio dal mito di Ero e Leandro, i due amanti che vivono ai capi opposti dell’Ellesponto. Lui nuota tutte le notti per raggiungere e amare lei, ma, in una notte burrascosa, muore inghiottito da un mare impietoso che restituisce gli echi di tanti altri, partiti anche loro forse per amore.

In mezzo storie, attuali ma volutamente decontestualizzate, dove si riconosce il dramma senza bisogno di particolari. Il cuore cui tutto ritorna è sempre ciò che unisce e divide, tra le riflessioni così comuni eppure spietate della casalinga veneta  e la sfacciataggine del fotografo che cerca l’immagine giusta con la scusa morale di smuovere le coscienze altrui. Il mare fagocita e restituisce. Dal suo imbuto gli abiti dei naufraghi, rigettati a riva, saranno il bottino di due raccoglitori di stracci e sono testimoni muti.

Il taglio registico di Baliani è improntato all’impatto drammatico vestito di poesia. Prevalgono le immagini, il canto, i versi dell’Eneide o la narrazione che diventa dialogo a distanza (Marco Baliani e Lella Costa ai due lati della scena) tra Ero e Leandro. Splendido il gioco di luci radenti, soprattutto quando, in un momento di grande intensità, dipinge gli scuri drammatici del Caravaggio sul tableau vivant  de “La fuga in Egitto”, attimo magico fermato dall’arte, bruciato nel tempo reale da corpi affannosi che proseguono il loro cammino.

Uno spettacolo che dosa tanti registri e pone tante domande insolute, con lo scopo di non banalizzare e non rappacificare. Il senso di non finito è ciò che rimane. Tutte le storie sono incompiute, non si sa chi sono i buoni e non ci sono suggerimenti, solo domande e qualche dubbio in più.

Decisamente un successo e tanto pubblico al Teatro Sociale di Valenza.

Nicoletta Cavanna