TORTONA – Uscirà il 23 marzo nelle sale italiane l’ultimo film di Alessandro VeronesiNon è un paese per giovani” e vedrà al suo esordio un attore molto speciale: il timorasso. Un’operazione di produt palcement per il timorasso “uno dei vini bianchi più buoni d’Italia e sfido chiunque a dire il contrario. Darà non solo visibilità ai colli tortonesi, al Monferrato ed al Piemonte ma, soprattutto, darà lustro e dignità a chi lavora, coltiva e a chi ‘pettina’ le nostre colline.” Così racconta Walter Massa.

Riconosciuto a livello mondiale come il padre del Timorasso, trovare un aggettivo che non sia stato già usato per definirlo, diventa difficile. Mi piace vederlo semplicemente così, nella sua essenza: un uomo della terra che ha saputo osservarla, ascoltarla e rispettarla. Poi, per uno che ha un enologo putativo che si chiama Vasco Rossi e un consulente che si chiama Francesco Guccini che ispirano la sua vita in cantina, non credo ci sia altro da aggiungere. Continua dopo il banner

adv-811

Con una sola breve apparizione e senza andare a Hollywood, il Timorasso il suo Oscar l’ha già vinto. Da poco Farinetti ha infatti acquistato dei terreni a Monleale. Massa: “Quando le grandi aziende piemontesi hanno acquistato in Toscana o nel Veneto non se ne è parlato tanto, adesso che qualcuno è attratto dalla collina tortonese, che fino a ieri era la Cenerentola, e se poi quel qualcuno si chiama Farinetti, questo non solo fa notizia, ma fa anche tanto “rumore…per nulla”.

Oltre alla Borgogno di Barolo, anche la Ghersa di Moasca ed Alfredo e Luca Roagna, di Barbaresco, hanno investito nei Colli Tortonesi, portando capitale, lavoro e ci auguriamo quel sistema di forza compatto che hanno fatto delle Langhe quel modello a cui tutti aspirano ma che da noi è difficile mettere in funzione. E intanto, mentre serpeggiano le logiche da “cortile” di casa nostra appoggiati al balcone della critica, le logiche di espansione nazionale ed internazionale, “ci levano la terra da sotto i piedi”, langa docet. Chapeau.

Il Timorasso, un intreccio maledetto di uva, lingua, dialetto, vino, cultura, di abbandono e di riscoperta, di terre e di confini, di maglie indossate da una squadra che se vuole vincere ha bisogno anche di giocatori stranieri.

La Langa si sta allargando o siamo noi che pian piano conquistiamo un po’ di terreno?

Massa: “Il sole che è l’unica cosa che non ha colore politico e non fa sconti a nessuno. A Tortona 50 anni fa le menti fini, gli imprenditori, hanno abbandonato i Colli per andare a valle a cercare fortuna, alla rincorsa del tanto, del grosso e non del grande. Chi è rimasto a mangiare polvere e fango sono quelli che non avevano nulla da perdere o chi, come me, rincorrevano un sogno. Io sono rimasto. Avevamo 5000 ettari di vigna, oggi solo più 2000. Ci sono 3000 ettari di vigna che ambiscono a diventare nuovamente paesaggio e il paesaggio lo fanno gli uomini che devono avere cervello e soldi. Quindi…

Farinetti: “Direi tutte e due. La Langa si allarga, siamo il cinquantesimo sito patrimonio dell’Unesco, sempre più turisti, sempre più gente che vuole i nostri vini ed i nostri prodotti; e il Monferrato a sua volta prende più consapevolezza, un territorio altrettanto bello se non, in alcuni casi, anche più bello. Da quando poi i produttori del vostro territorio, sollecitati da Massa, hanno riscoperto questo vitigno antico, e si sono messi a fare un grande vino, è tutto un po’ più semplice. L’unione fa la forza, Langhe e Monferrato fanno parte dello stesso paesaggio geologico, sono terre che nascono da “La Malora” fenogliana, che si sono tirate su, hanno entrambe molti punti di forza, dai vini, al formaggio, le pesce ed i salumi, forse bisogna fare solo un po’ di più per essere conosciuti ed in questo senso, forse la Langa può dare una mano.

Che rapporto la lega al suo nuovo vicino di casa?

Massa: “L’amicizia. La parola sarà abusata ma è così. Grazie a Oscar ho avuto la possibilità di raccontare la mia storia e quella del nostro territorio. Nelle sue Eataly ha ben tre aziende di Derthona e lo sta proponendo in tutto il mondo, ha dato forza al mondo agricolo e ha fatto più lui per il made in Italy e per l’agricoltura che non certe istituzioni.”

Farinetti: “I ruoli sono molto chiari: Massa è il maestro e io l’allievo. Da anni ho scoperto questo vino straordinario che lui sa fare molto bene, gli ho chiesto di trovare un pezzo di vigna per farne un po’ come Borgogno e lui ci ha aiutato. Scaldapulce, è un luogo bellissimo e Walter ci insegnerà a far un buon vino. L’obiettivo della Borgogno è quello di avere un grande bianco ed il vitigno del timorasso è il più adatto per raggiungere lo scopo.

Farinetti, Walter Massa di lei ha detto: Oscar ha il naso corto ma i baffi molto lunghi, ha capito che il futuro è nella storia, ecco perché in una terra di grandi rossi ha puntato sul “barolo bianco”. Ci si ritrova in questa affermazione?

“Certo che mi ci ritrovo, Tonino Guerra diceva: ”C’era l’uomo che guardava dritto al futuro ma voltando spesso la testa all’indietro”. Se non so da dove arrivo non posso trovare la strada verso il futuro, quindi il futuro è partire dalla storia, dalle tradizioni, dalle nostre radici, ed utilizzare le tecnologie per esprimere ancora di più e meglio il territorio ed utilizzare le tecniche di marketing per uscire ed andare a venderlo nel mondo. Pensare locale ed agire globale.”

Massa, la colonna sonora del film di Veronesi è firmata dai Negramaro noto gruppo pugliese che porta il nome di un vino, conflitto di interessi? al di là della battuta, qual è la sua colonna sonora oggi?

Massa: “Intanto quando non devo bere il mio vino per lavoro, mi piace bere il vino a 360 gradi, perché è cultura, tradizione, è la storia di chi lo produce come me. Bisogna andare a braccetto perché con il vino si è capito che non si “deve mai essere “contro” ma “versus”, è la stessa roba, ma molto più fine, direi civile. Però ho un sogno, quello che qualche grande rock star possa un giorno cantare una musica di Lorenzo Perosi. La colonna sonora del mio tortonese”.

Farinetti, se dovesse indicare un film ed una colonna sonora o una canzone ispirata al timorasso quale sarebbe?

Un film senz’altro sarebbe Amarcord. Un film straordinario che parte proprio dalle radici, dalle emozioni , dai luoghi narrati magistralmente dalle musiche di Nino Rota. Atmosfere che sanno molto di Monferrato e di quella nostalgia legata proprio alla pro-azione. Se invece dovesse essere una canzone, senz’altro “La mia banda suona il rock” . La parte di Ivano Fossati è indubbiamente di Massa che fa suonare il rock alla sua banda di produttori dei Colli Tortonesi che fanno prodotti straordinari e non parlo solo dei vini.

Massa, fatta decantare l’emozione dei giorni in cui ricevette il premio come migliore imprenditore dell’anno, cosa le è rimasto di quel momento?

“La serenità di aver seminato bene. Continuo a non essere capito ma sarà la storia a darmi un ritorno. E poi la libertà di dire tutto quello che mi passa dentro anche se quando punto la luna con il dito, continuano a guardarmi il dito.” Intendiamoci, Massa di certo non aveva bisogno di ricevere un premio per esternare quello che gli scorre a fior di pelle, ed eccolo pronto sul piede di guerra. Una rivoluzione di lingua, di pensiero, di semantica , di identità e di appartenenza. Ora la sfida è battersi per far indossare ufficialmente al timorasso il titolo di Derthona. Difficile, quasi impossibile, quando poi, caso più unico che raro, si associa un’uva a una persona.

Il Timorasso è cresciuto e quando nelle grandi occasioni gli stringeremo la mano, si presenterà come Derthona, come si confà ai signori, ma per noi d famiglia sarà sempre il timorasso, un vino fatto con le uve timorasso che vengono coltivate nei colli tortonesi ma che hanno sempre e comunque il cuore di Walter Massa. ”Madre Natura e Sorella Cultura mi han dato un genoma da plasmare, quel genoma si chiama timorasso, che e’ il nome di un’uva che io coltivo dagli anni Ottanta da cui ottengo un vino che per volontà popolare senza targhe ed essere taggato si chiama Derthona V.B .Il genoma del timorasso oggi interessa altri territori, spero non ci credano per moda , ma per qualità e forza espressiva. Spero che chi comunicherà il frutto di queste nuove interazioni abbia la saggezza di comunicare il vitigno tra gli ingredienti, ma non per comunicare il vino. A furia di comunicare il vino con gli ingredienti, e non con il territorio, delocalizzeremo in altri continenti pure vigneti ed a questo punto, sarà la fine della nostra agricoltura, quella etica”.

E così un semplice passaggio in un film dal titolo decisamente evocativo “Non è un paese per giovani”, e nessun titolo poteva essere più azzeccato per la pachiedermica lentezza della nostra lungimiranza, esordisce il Derthona. Non solo una semplice operazione pubblicitaria, molto, molto di più. C’è tutto un territorio, un sistema, ed una nuova battaglia in cui impegnarsi, quella dell’identità.