Sant’Antonio Abate: perché si accendono i falò nei giorni di festa?

PROVINCIA DI PAVIA – Il 17 gennaio il calendario cristiano festeggia Sant’Antonio Abate, uno dei santi più venerati per le sue battaglie contro i demoni. Proprio in questa data, secondo la tradizione, vengono accesi numerosi falò di Sant’Antonio nei borghi e nelle piazze italiane. Quest’anno, come nel 2020, l’evento non avrà luogo a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia; fino al 31 gennaio è vietata l’organizzazione di eventi in luoghi pubblici che possano favorire assembramenti. In provincia, il falò è un appuntamento importante in occasione della fiera di Sant’Antonio Abate a Casorate Primo, inizialmente prevista e poi annullata per il 23 gennaio. Tuttavia, il falò è simbolo di purificazione ed è legato a stretto filo con Sant’Antonio Abate, il beato del fuoco, protettore del bestiame e dei campi.

I falò e il fuoco di Sant’Antonio Abate

Le origini di questa usanza risalgono al III secolo d. C., quando dall’Oriente si diffuse la dedizione per la figura di questo singolare personaggio. Nella cultura popolare, Sant’Antonio Abate era spesso raffigurato con un porcellino in spalla. I contadini, per distinguerlo da Antonio detto “da Padova” (originario, tuttavia, di Lisbona), lo chiamavano infatti Sant’Antoni del purscell. Spesso era rappresentato con lingue di fuoco ai piedi e aveva in mano un bastone alla cui estremità era appeso un campanellino. Sull’abito spiccava il tau, croce egiziana a forma di “T”, simbolo della vita e della vittoria contro le epidemie. Croce la quale sembra alludere anche al campanello, utilizzato quel tempo per segnalare l’arrivo dei malati contagiosi.

Malgrado tutte queste connotazioni agresti attribuitegli da una tradizione secolare, in realtà Antonio aveva poco o nulla a che fare col mondo contadino. Era un eremita ed un asceta tra i più rigorosi nella storia del Cristianesimo antico. Nato nell’Alto Egitto a metà del III sec d.C. da ricchi genitori cristiani, Antonio rimase orfano all’età di vent’anni, diede ai poveri la sua parte di eredità e visse da eremita nel deserto combattendo più volte contro grandi tentazioni. Secondo la tradizione il demonio assunse le più diverse forme bestiali per tormentare Antonio e farlo desistere dal cammino di santità. Una piccola folla di seguaci si riunì intorno al santo, per farsi dirigere nella vita eremitica.

La storia ricorda che i canonici di Sant’Antonio avevano ottenuto il permesso di allevare i maiali all’interno de centri abitati. Infatti, il grasso di maiale veniva utilizzato come emolliente per le piaghe provocate dal “fuoco di S. Antonio”. Il compito primario dell’ordine risiedeva proprio nel curare questo terribile morbo, negli ospizi delle piccole e delle grandi città.

“Sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca”

Col passar del tempo la dedizione del popolo per Sant’Antonio non venne mai meno. Durante il Medioevo venne presa la decisione di festeggiare la sua festa il 17 gennaio, giorno in cui mori nel suo eremo. Tuttavia la festa e la conseguente accensione dei fuochi traggono, secondo alcuni, le proprie radici dal paganesimo. Per la precisione nell’Irlanda celtica; era consuetudine il 17 gennaio del calendario celtico, appiccare il fuoco per festeggiare la fine dell’inverno. La festività era dedicata al dio Lug, signore della morte e della resurrezione sempre accompagnato da un cinghiale, uno degli animali simboli delle popolazioni primitive europee. Il rogo simboleggiava non solo la fine dell’inverno, ma anche le fiamme infernali.

Nel Medioevo, dopo lunghe e continue trasformazioni, la cultura cristiana si impossessò di Lug  e della sua storia, sostituito da Sant’Antonio Abate. Il rogo perse le sue caratteristiche pagane e diventò un rito di passaggio tra due stagioni. Inoltre, la storia della festa e la tradizione vuole che nel falò vengano gettati tra le fiamme i bigliettini, con scritto il proprio desiderio. Da qui il celebre detto “Sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca”.

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