Tumore al seno: le parole che feriscono, le parole che curano
PAVIA – “Cancro” è una parola che a volte viene usata con leggerezza, infilata in una frase quasi fosse una battuta. Ma per chi il cancro lo ha avuto davvero sentirla trasformata in insulto brucia. Ferisce. Le parole, quando attraversano una diagnosi, cambiano peso.
Simona lo sa bene. È un’oncologa: ogni giorno accompagna le sue pazienti dentro la diagnosi, le terapie, la paura. Poi, a un certo punto, si è ritrovata dall’altra parte della scrivania. Paziente anche lei. Linda è una madre lavoratrice che ha affrontato un tumore al seno.
Due donne diverse, con caratteri diversi. Unite però da un’esperienza che segna la vita.
Nel loro racconto non ci sono soltanto interventi chirurgici, chemioterapia o ricostruzioni. C’è soprattutto il peso delle parole: quelle che feriscono senza volerlo, quelle che aiutano a restare in piedi, quelle che non si riescono a dire. E quelle che, pronunciate al momento giusto, curano quasi quanto una terapia.
“La parola cancro viene usata come qualcosa di spregevole. Non diciamo che una squadra è il diabete del calcio o l’infarto del calcio. Perché dobbiamo usare proprio la parola cancro?“
Ci sono poi parole che dividono, per qualcuno sono una carezza, per altri un’etichetta pesante. Come “guerriera”. “Io non la sopporto”, dice Linda. “Guerriera di cosa? Non è una battaglia alla pari”. Simona la vede diversamente: “In un certo senso siamo tutti guerrieri. Perché tutti affrontiamo la vita, le paure, le difficoltà”.
A infastidire Linda è anche l’ossessione, degli altri, per i capelli: “È la cosa che mi dà più fastidio. Tutti parlano o ti chiedono dei capelli. Ma secondo voi quello è il mio problema?“. Lei la parrucca non è mai riuscita a metterla. Le dava fastidio, pizzicava, faceva caldo. Preferiva un cappellino o un foulard. Preferiva essere se stessa, senza fingere di stare bene: “La parrucca mi richiedeva uno sforzo in più che non avevo voglia di fare”. Altre donne, invece, la indossavano sempre, anche quando i capelli iniziavano a ricrescere. Perché ognuno affronta la malattia a modo suo. Non esiste una reazione giusta per tutti.
Il tumore cambia anche il rapporto con il proprio corpo. Anche quando la chirurgia ricostruttiva fa miracoli. “Il cervello non registrava la protesi”, racconta Simona. Si accorgeva di avere lividi sulle braccia perché urtava contro le porte: il suo corpo non percepiva più lo spazio nello stesso modo. Per ritrovare quella percezione ha cominciato a suonare il violino. Uno strumento che si tiene stretto al corpo, quasi come un abbraccio. “Mi ha aiutato a riabituarmi al mio corpo”.
Durante un percorso oncologico ci sono anche cassetti che si svuotano in silenzio. Quelli della biancheria. “Io che amavo i reggiseni di pizzo li ho dati via tutti”, racconta Linda. “Per anni ho indossato solo cose semplici, in microfibra, anonime. Come se non avessi più motivo di mettere qualcosa di bello”. Solo dopo quasi cinque anni ha ricominciato a comprarne qualcuno.
La malattia cambia anche gli equilibri familiari. A volte le parole arrivano tardi. Come quelle del figlio di Simona che, dopo mesi di silenzio, passando davanti a un manifesto per il mese della prevenzione per il cancro alla mammella un giorno le ha chiesto: “Mamma, quindi anche tu puoi morire?” Per un anno aveva soffocato quella domanda dentro di sé.
Durante le cure il dolore, la paura e la stanchezza possono rendere più spigolosi anche i rapporti più stretti. Simona racconta di un marito sempre presente, capace di farla ridere anche nei momenti più difficili. “Io piangevo sotto la doccia e lui arrivava subito, come se avesse un radar. Sono io che, a un certo punto, sono diventata più cattiva nei suoi confronti“.
Il tumore al seno può cambiare profondamente anche l’intimità. Le terapie ormonali possono provocare menopausa improvvisa, dolori articolari, secchezza, perdita del desiderio.”È tutto più faticoso”, racconta Linda. E anche le carezze, a volte, “fanno male”.
Per questo a Pavia è nato uno sportello di ascolto dedicato proprio al rapporto tra sessualità e cancro. Si chiama “Parole che curano”, un progetto della Fondazione CNAO e dell’associazione Mamanonmama Aps. Un servizio gratuito per pazienti oncologici, familiari e partner. È attivo un sabato al mese negli spazi messi a disposizione dal Comune di Pavia, in via Fratelli Cervi 27. Si accede su appuntamento chiamando il numero verde 800 882462.
Anche quando le cure finiscono, non sempre la paura scompare. “Durante le terapie sei in un vortice: intervento, chemio, radio, farmaci. Poi finisce e ti chiedi: e adesso?” È in quel momento che spesso tornano tutte le domande rimaste sospese. E anche in quel momento si ha bisogno di parlare. Perché le parole possono ferire ma possono anche curare.