“Se questo è un uomo”: il racconto straziante di chi ha lottato per rimanere una persona

RADIOGOLD –   Nach dem Abort, vor dem Essen, Hände waschen, nicht vergessen”. (Dopo la latrina e prima di mangiare, lava le mani, non dimenticare.) Il termine Vergangenheitsbewältigung indica, in tedesco, la scesa a patti col passato. Fare i conti con la vergogna nazista in effetti, ancora oggi rende questa operazione piuttosto complessa. La spoliazione cui vennero sottoposti milioni di persone non solo di origine ebraica ma – a più ampio raggio – appartenenti a minoranze etniche, disabili e omosessuali, è un atto che non tange solo i beni materiali, bensì l’Io. E anzi, la  spoliazione della propria persona è perfino più grave ed evidente di quanto non sia quella concernente gli oggetti del proprio quotidiano.

Il dolore di questa ferita emerge fin dalle prime pagine del romanzo di Primo LeviSe questo è un uomo”, pietra miliare di quella letteratura che a oggi, ancora dopo anni, ci ricorda le atrocità del regime nazista. La sottrazione del bene materiale, infatti, è nulla se comparata a quella della propria identità: il proprio nome sostituito da un numero di matricola è la prova lampante di una situazione storica nella quale la dignità umana non conta nulla di fronte all’odio razziale. Che cos’è, difatti, un uomo senza la propria identità? Una persona, a ben pensare, può essere privata di un orologio, di un paio di scarpe, di una vecchia fotografia. È un atto doloroso e umiliante, ma a cui in linea di massima si può porre rimedio. Un uomo a cui invece viene sottratto il nome diventa un essere umano che, per assurdo, non ha diritto di esistere se non in forma di mera corporeità.

Ne abbiamo altri esempi procedendo nella lettura del romanzo: la scena delle latrine, tanto per citarne una, ci fornisce una ulteriore prova di quanto affermato poco sopra. Il protagonista si reca
infatti al lavatoio per l’igiene quotidiana, ma non ne comprende l’utilità. A che serve lavarsi, se l’acqua che si utilizza è putrida? Se dopo pochi minuti di lavori forzati si è di nuovo sporchi? Un
atto tanto naturale, quanto quello di essere puliti, che di per sé rappresenta il rispetto per sé stessi, diventa del tutto insignificante. Così come ci racconta la frase che ho posto ad esergo, e che
suona, alla luce di questo, del tutto sarcastica. “Prima di mangiare, dopo le funzioni corporali, non dimenticarti di lavare le mani”.

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O arrivare al punto che neppure il proprio dolore fisico conta, la propria fame, la propria sete, la propria stanchezza. Le scarpe ai piedi sono lacere, tanto che provocano piaghe e infezioni, ma il
dolore non conta, semplicemente si arriva al punto di non sentirlo. Lo stomaco si gonfia per la fame, ma in coda per la zuppa si deve tener conto della propria posizione nella fila per non ricevere quella sul fondo della pentola che è di qualità inferiore. La sete è persistente, ma l’acqua non è buona e causa fastidi e problemi sgradevoli. Dormire è un lusso perché equivale a farsi rubare le poche cose che si posseggono e che tanto possono tornare utili: un bottone, una ciotola, del fil di ferro col quale legarsi le scarpe. Perfino parlare diventa un problema, perché nel
momento del riposo, la parola infastidisce e perché, in una Babele di persone e nazionalità diverse, perfino la reciproca comprensione diventa motivo di rabbia e frustrazione.

L’interrogativo sul valore dell’Io e della sua totale spoliazione traspare proprio da questi esempi finora proposti e si percepisce per tutta la durata del romanzo, anzi ne è praticamente il filo conduttore. Altro esempio potrebbe essere quello della Krankenbau, l’infermeria. Non vi si soggiorna per più di due settimane, perché in effetti, dopo quindici giorni o si è guariti, o si è
guariti. Altra soluzione non vi è se non la morte: l’essere umano spogliato di identità non ha neppure il diritto inviolabile che il suo corpo guarisca secondo i tempi che Madre Natura comanda.

O si potrebbe anche ricordare il tema del vestiario, che nella sartoria del lager, non viene lavato, bensì disinfettato. Si noti la differenza semantica di questi due termini: un abito si lava poiché sporco, per renderlo nuovamente pulito ed elegante. Un qualsiasi oggetto invece, si disinfetta perché colui che lo ha toccato, indossato o ne ha in qualche modo usufruito, è considerato infetto e quindi pericoloso, o magari inferiore, a seconda del punto di vista. Tuttavia.

Questo leit motiv dell’uomo spogliato del suo stesso “essere uomo”, ad un certo punto subisce una sorta di cambio di rotta. Nel grande ‹‹esperimento biologico e sociale›› che è rappresentato
dal lager (per usare le parole stesse di Levi), a un certo punto paiono nette delle dicotomie. Se si prende una moltitudine di persone e le si rinchiude in un dato luogo a determinate condizioni di
disperazione, a un certo punto l’identità deve quantomeno provare a rifare capolino. Le persone iniziano a distinguersi in buoni e cattivi, in vili e coraggiosi, in sapienti e stolti. E allora, cos’è questo se non un provare a riaffermare il proprio modo di essere? La propria persona?
Di queste categorie citate da Levi, la più significativa pare essere quella che contrappone i sommersi dai salvati: i primi sono coloro che un’identità non la ritrovano. Sono in numero maggiore perché essere annientati è molto più automatico che provare a sopravvivere. In minore quantità sono invece i salvati, coloro che all’alto prezzo dei loro sentimenti, non hanno ceduto al ricatto dell’annientamento totale. È ovviamente, come si è appena detto, il prezzo è molto alto da pagare: la sopravvivenza implica comportamenti non sempre eticamente corretti. La descrizione del compagno Henri, ne è un esempio emblematico: Henri è fondamentalmente uno stratega capacissimo di circuire altri sventurati come lui e capacissimo a muovere il prossimo a pietà. Ad ogni modo, sebbene possa considerarsi come un personaggio per certi aspetti negativo, rappresenta colui che non ha rinunciato ad avere un’identità, ad essere una persona.

Iconica, in questo senso è anche la scena in cui Levi stesso narra di aver citato ad un suo compagno francese un passo della Divina Commedia: a colui che vuole imparare qualche parola di italiano,
Levi risponde citando l’opera forse più esemplificativa della nostra cultura. E anche questo, a ben pensare, può essere considerato come un modo per riaffermare un’identità: sono io, sono un
uomo, sono italiano (in questo caso specifico). Significativo, in questo contesto, è anche il passo della Divina di cui si fa menzione: il viaggio di Ulisse che, nelle intenzioni di Levi, viene proprio
considerato come un viaggio alla ricerca e alla riscoperta della propria dignità di uomo libero (celeberrimo è il passo
fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza).

Senza dimenticarci la potenza narrativa delle scene finali del romanzo dove, nell’attesa di essere liberati dal campo, alcuni uomini convalescenti discutono tra loro, condividendo esperienze ed
aspettative, in un momento che pari quasi essere un parziale ritorno alla vita e in un ultimo, disperato atto di sopravvivenza, nel dividersi il tozzo di pane del compagno morente poiché è umano colui che tenta di sopravvivere e che vuole potercela fare.
E allora verrebbe da pensare che le pagine di Levi rappresentano una sorta di viaggio. Da uomo a cosa, da cosa a uomo.
Ci raccontano che la propria identità può essere recuperata, che si può tornare ad appropriarsi della propria vita, che – sebbene il prezzo da pagare sia infinitamente alto – nell’atto stesso di continuare a respirare è insita la volontà di essere sé stessi.