ASTI – Un incontro casuale, un rapporto commerciale (taxista-cliente), un’ispirazione che nasce da Bernard-Marie Koltès e, come nella sua “Nella solitudine dei campi di cotone”, conduce a profondità e vuoti.

Asti Teatro 41 è iniziato il 20 giugno (durerà fino al 30 giugno, qui il libretto del festival) e finora ha fatto il tutto esaurito in tutti gli spettacoli. Ieri 24 giugno al Diavolo Rosso la compagnia Oyes, giovane e già pluripremiata, ha presentato “Schianto”, l’ultimo lavoro ideato e diretto da Stefano Cordella. Anche questa, dopo due riletture di Cechov che sono valsi parecchi riconoscimenti, è una regia collettiva e anche qui l’ispirazione è alta, trattandosi di Koltès, ma il testo è assolutamente originale e surreale. E’ un viaggio in cui si incontrano quattro personaggi con frustrazioni al limite dell’abisso e incapaci di reali relazioni. Un uomo cinico e freddo (Dario Merlini) scopre di essere malato al termine di una vita vuota. In un viaggio su un taxi, verso una meta imprecisata, subisce le chiacchiere invadenti e zeppe di stereotipi di un taxista (Umberto Terruso) felice di diventare padre, sino al momento in cui una telefonata lo precipita nella disperazione. Uno scontro con un animale non ben definito (un coniglio? un canguro?) introduce l’assurdo nel testo, che si dilata con l’introduzione di un ragazzino (Fabio Zulli) travestito da Robin (quello di Batman), convinto di cambiare il mondo, e di una cantante di locale da bassifondi (Francesca Gemma), frustrata dal suo aspetto e dedita all’abbrutimento di sé.

Tutti sono annichiliti, lo schianto è sia la metafora di qualcosa che ha frantumato le loro aspirazioni, sia l’incidente con l’animale che ha rotto il vetro/specchio della scenografia (una vera installazione artistica di Maria Paola di Francesco). Allo schianto segue il vuoto, la rabbia, l’inazione o l’annichilimento, tanto più evidenti quanto più contrastanti con l’entusiasmo del sedicente Robin, piovuto dal mondo dei fumetti per combattere il male al posto dell’ormai vecchio Batman. Ma è proprio questa invettiva contro la generazione precedente, questa rabbia dal tono fumettistico che, più che ogni nichilismo, trasmette il nulla, perché rimane sul piano della fantasia infantile, di chi non cresce. Anche il finale asciutto, a due e quindi di nuovo su un piano di realtà, è irrisolto e la sensazione è di vuoto.

Sono tanti gli spunti di Schianto e anche i suoi registri. Tra reale, surreale, canzoni splendidamente cantate da Francesca Gemma (e Wicked game è da ricordare, anche perché tutto qui è un gioco cattivo), un animale dalle forme antropomorfe e dalla testa di coniglio/canguro le suggestioni sono molte. L’idea è forte ed emerge, il buio interiore è ben rappresentato in sfaccettature umane diverse e la modernità del linguaggio, nella situazione paradossale, strappa talvolta la risata, pur in un contesto drammatico e sospeso. Ottima l’interpretazione dei quattro protagonisti, cui è demandato il compito di mantenere la coesione di una drammaturgia un poco frammentata, che è il punto debole di uno spettacolo intenso, contemporaneo, moderno e perciò non risolutivo, come appare liquida e indefinita la società contemporanea.

Un altro sold out ad Asti teatro 41. Qui il programma di oggi 25 giugno.